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Teatro: Le doglianze degli attori a maschera di Enzo Moscato

In un suo testo minore e poco noto, Molière, Goldoni raffigurava l’illustre predecessore intrecciandone le storie personali con scene dell’opera principale: l’autore francese veniva infatti colto nel difficile momento in cui, caduto in disgrazia, colpito dal divieto di rappresentare il Tartufo, era per giunta diviso tra due donne, la Béjart, sua vecchia amante, e la figlia di lei, Armande. La soluzione di tutte queste complicazioni, col protagonista che porta al successo il suo capolavoro e sposa la ragazzina, tocca – come in un intreccio molieriano – alle astuzie di una serva intraprendente.

La commedia ci viene oggi riproposta, debitamente riveduta, corretta e qua e là radicalmente riscritta, da un atipico e pungente attore-regista-drammaturgo partenopeo come Enzo Moscato, che si accosta così alla creazione di un collega veneziano di tre secoli prima, il quale a sua volta ne ritraeva un altro del Seicento, in un affascinante gioco di specchi: l’operazione si svolge a livello prevalentemente linguistico, con gli ironici versi goldoniani che si arrotondano nelle morbide e irridenti cadenze vesuviane. Ma non mancano certi caustici, divertenti richiami all’attualità.

Nella sua suggestiva messinscena, Moscato ne fa una sorta di stralunato musical scandito dai motivetti anni Sessanta di Rita Pavone e di Peppino di Capri, di Nada e della trascinante Dalida. In uno spazio a propria volta trasformistico, fra divani moderni e candelieri accesi, sul bordo di tre pozze d’acqua in cui cadono a turno i personaggi, lui stesso tratteggia un Molière dall’identità sfuggente, pronto a ricamare e a indossare un incongruo abito da sposa. Il tono è raffinatamente buffonesco, ma dietro ai lazzi si affaccia sempre un’ombra, quasi una nota sottilmente luttuosa.

Le doglianze degli attori a maschera di Enzo Moscato
Torino, Teatro Gobetti, 18-22 febbraio

Renato Palazzi

Teatro: Pierpaolo Sepe – Il feudatario

L’idea di incentrare l’intero ultimo festival di Venezia su ogni sorta di riscritture goldoniane si era rivelata proficua: reinventare, ricreare totalmente (e provocatoriamente) un testo può essere meglio che proporne un’interpretazione forzata, e dal progetto di Maurizio Scaparro erano emerse alcune proposte particolarmente interessanti. Fra queste, una commedia insolita, poco frequentata, Il feudatario, sottoposta allo spietato intervento della giovane Letizia Russo, svelava un Goldoni che davvero non ti aspetteresti, e che infatti somiglia ben poco all’autore de La locandiera.

Nel testo originale, un giovane eredita dal padre una tenuta che legittimamente toccherebbe a una fanciulla spiantata: la madre del ragazzo risolve la controversia facendoli sposare. Nella rielaborazione della Russo, l’ameno paesaggio agreste si trasforma in una metaforica fabbrica di merda che richiama forse le discariche e i traffici di rifiuti tossici gestiti dalla malavita. Così, il vecchio proprietario era probabilmente un “padrino” morto ammazzato, l’amministratore è un brutale capocosca e gli ingenui campagnoli diventano degli spietati picchiatori.

Tra coiti orali e legami incestuosi, il regista Pierpaolo Sepe fa di questa farsa nera, cupa e graffiante una livida parabola brechtiana sul puro esercizio del potere, su una smania di comandare che prescinde dall’oggetto in sé sul quale si comanda, in questo caso un mucchio di sostanza organica inutile e maleodorante. Florindo, benché figlio del boss, non ne ha la stoffa, e – guidato da una specie di Arlecchino demoniaco, che ne incarna la coscienza oscura – vorrebbe tirarsene fuori, ma la perfida alleanza fra le due donne lo inchioda senza speranza al suo destino.

Pierpaolo SepeIl feudatario – di Carlo Goldoni Milano

Renato Palazzi

Teatro: England – Regia di Carlo Cerciello

Autore fra i più interessanti e originali del nuovo teatro britannico, Tim Crouch è un gelido esploratore dei labirinti della mente, un impassibile osservatore delle piccole o grandi distorsioni patologiche che dalla psiche dell’individuo si estendono a corrodere anche le più solide certezze sociali. Ed è un astuto costruttore di trappole drammaturgiche, un creatore di inquietanti implosioni espressive, che portando la forma dei suoi testi alle estreme conseguenze tende a rompere impercettibilmente ma inesorabilmente i sottili diaframmi della rappresentazione teatrale.

Diretta dall’impeccabile Carlo Cerciello, England, che è stata fra le proposte migliori del festival di Napoli, è una raffinata pièce che per esplicita indicazione di Crouch non deve essere allestita sui palcoscenici, ma nelle gallerie d’arte, fra i quadri dei pittori di oggi appesi alle pareti. Il rapporto tra la mutevole, precaria sostanza della vita e l’asettica perfezione dell’opera creativa è infatti al centro di questa vicenda basata su un gallerista ricco e cosmopolita, ma incapace di accettare il fatto che la sua compagna sia affetta da un vizio cardiaco, e abbia bisogno di un trapianto.

Il loro vacuo cicaleccio tiene a distanza verità imbarazzanti. Dopo che la donna ha ricevuto il cuore di un giovane indiano, la coppia va laggiù per conoscere la famiglia del donatore, ma il contrasto fra le due culture è stridente: i due vorrebbero offrire alla vedova un quadro prezioso, che lei rifiuta pretendendo invece di avere indietro il marito, ucciso apposta, a suo avviso, per garantire la sopravvivenza della signora. Su richiesta diretta del gallerista? Non lo sapremo mai: e ce ne andiamo passando davanti a quelle tele il cui valore è frutto di un’algida quotazione di mercato.

Renato Palazzi

England di Tim Crouch – Regia di Carlo Cerciello
Milano Fondazione Arnaldo Pomodoro 11 – 16 novembre

Teatro: Ubu buur regia di Marco Martinelli

Uno dei tratti salienti del lavoro di Marco Martinelli – regista e guida artistica, con Ermanna Montanari, del Teatro delle Albe – è la sua capacità di sollecitare l’energia spontanea di ogni sorta di attori non professionisti, studenti delle scuole superiori, ragazzi delle periferie, adolescenti “difficili”. Il modello della “non-scuola”, la sua modalità di provocatorio intervento in territori sociali culturalmente disagiati, è stato esportato da Ravenna, dove è nato, in vari tipi di contesti, il quartiere degli immigrati africani di Chicago, il turbolento ghetto di Scampia, i villaggi del Senegal.

Proprio con un gruppo misto di giovanissimi senegalesi e italiani Martinelli ha realizzato questa nuova rielaborazione dell’amato Ubu re di Alfred Jarry, uno dei suoi testi di riferimento. Anche stavolta c’è l’impressionante presenza da strega campagnola della bravissima Ermanna, bianca nell’abito, nel volto e nei capelli, ma nerissima nell’anima, più nera della pelle dei suoi compagni di scena. Anche stavolta la vicenda del grottesco aspirante re di Polonia risuona in un aspro dialetto romagnolo, che qui si mescola tuttavia ad accenti più esotici, con effetti talora esilaranti.

Le fosche imprese del padre e della madre Ubu, riproposte con spavalda allegria dagli estemporanei interpreti, assumono una vitalità  dirompente, contagiosa, che dalla scena dilaga in platea. Le battaglie e le carneficine evocate da Jarry sono trucemente beffarde, un’acre parodia dei conflitti veri: ma quando i ragazzi africani, con addosso elementi di divise mimetiche, emergono all’improvviso da una penombra caliginosa, il richiamo alle guerre tribali che tormentano il loro continente diventa per un attimo inevitabile, ed è un’immagine che lascia il segno.

Renato Palazzi

Ubu Buur regia di Marco Martinelli
Lecce, Teatro Politeama 28 – 29 novembre