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Teatro: Pierpaolo Sepe – Il feudatario

L’idea di incentrare l’intero ultimo festival di Venezia su ogni sorta di riscritture goldoniane si era rivelata proficua: reinventare, ricreare totalmente (e provocatoriamente) un testo può essere meglio che proporne un’interpretazione forzata, e dal progetto di Maurizio Scaparro erano emerse alcune proposte particolarmente interessanti. Fra queste, una commedia insolita, poco frequentata, Il feudatario, sottoposta allo spietato intervento della giovane Letizia Russo, svelava un Goldoni che davvero non ti aspetteresti, e che infatti somiglia ben poco all’autore de La locandiera.

Nel testo originale, un giovane eredita dal padre una tenuta che legittimamente toccherebbe a una fanciulla spiantata: la madre del ragazzo risolve la controversia facendoli sposare. Nella rielaborazione della Russo, l’ameno paesaggio agreste si trasforma in una metaforica fabbrica di merda che richiama forse le discariche e i traffici di rifiuti tossici gestiti dalla malavita. Così, il vecchio proprietario era probabilmente un “padrino” morto ammazzato, l’amministratore è un brutale capocosca e gli ingenui campagnoli diventano degli spietati picchiatori.

Tra coiti orali e legami incestuosi, il regista Pierpaolo Sepe fa di questa farsa nera, cupa e graffiante una livida parabola brechtiana sul puro esercizio del potere, su una smania di comandare che prescinde dall’oggetto in sé sul quale si comanda, in questo caso un mucchio di sostanza organica inutile e maleodorante. Florindo, benché figlio del boss, non ne ha la stoffa, e – guidato da una specie di Arlecchino demoniaco, che ne incarna la coscienza oscura – vorrebbe tirarsene fuori, ma la perfida alleanza fra le due donne lo inchioda senza speranza al suo destino.

Pierpaolo SepeIl feudatario – di Carlo Goldoni Milano

Renato Palazzi