Laboratorio esordienti. Filippo Losito

Posted by redazione on Saturday Jul 24, 2010 Under laboratorio esordienti
A cura di ROBERTA VASARIO e GIANLUCA PALLARO – SCUOLA HOLDEN – TORINO. Illustrazione di MARCO CAZZATO
Con “La prima regola della strada” Filippo Losito costruisce un racconto teso, nero, dove l’odore della morte sta in ogni dettaglio, quasi in ogni parola. Ecco, proprio nella precisione con cui l’autore sceglie le parole, quasi avesse paura di usarne troppe, sta la forza di questa short story, in grado di farci vivere una storia di malavita, vendette, cambiamenti e ricordi con un approccio minimale, in cui i dettagli (il muso del cane morente, le gocce del bucato steso che cadono sull’ombrellone, il calabrone morto) contribuiscono a dare forza alla narrazione. In più, Filippo usa con sapienza l’espediente di alternare flashback e presente, illuminando con poche, precise righe il passato dei protagonisti, fino a raggiungere il climax e da lì andare verso un epilogo che, almeno per Ciro Banana, è ancora tutto da scrivere.

La prima regola della strada. Di FILIPPO LOSITO

Il sonno dell’uomo era infastidito dal ronzio di un calabrone che sbatteva ripetutamente contro la tenda. L’uomo aprì gli occhi e vide l’insetto muoversi in orizzontale lungo la striscia bianca nel tentativo di sfuggire alla trappola in cui, da solo, si era infilato. L’uomo si risistemò sulla sdraio, appoggiò i gomiti sulle ginocchia e si strofinò il volto con entrambe le mani. Guardò in terra e osservò sul pavimento l’ombra della palma, che dal giardino si protendeva fino al balcone, mossa dal vento che rimestava aria calda in quel pomeriggio di agosto. Il frinire dei grilli accompagnava come un metronomo l’eco distante delle onde, che si rincorrevano regolari, senza sosta. Durante le ore del silenzio il Parco Duemila, un agglomerato di villette a schiera, si zittiva; i villeggianti, per sfuggire all’arsura, si acquattavano in casa come formiche nella tana. L’uomo, invece, preferiva rimanere in quel limbo, sul suo balcone, prima che lo strisciare delle ciabatte, gli schiamazzi dei bambini e i campanelli delle biciclette tornassero a impossessarsi dello spazio circostante. Si alzò, si grattò la parte bassa della schiena su cui era impressa la trama ruvida del telo in plastica della sdraio, poi si passò la mano sotto la pancia per asciugarsi i peli inumiditi dal sudore. Si avvicinò al tavolo, sgombro dai piatti e dalle portate del pranzo, prese la bottiglia d’acqua e notò che alcune gocce di vino e briciole sparse erano sfuggite alla pulizia metodica di sua moglie. Entrò in casa, facendo attenzione a non svegliare la donna, che dormiva in camera da letto con il ventilatore puntato addosso. Quando una voce lo chiamò.
L’uomo si affacciò al davanzale del balcone, infilò la testa sotto la tenda, allungando il collo come una tartaruga. C’era un ragazzo in piedi, al fondo delle scale. Aveva le braccia appoggiate al cancello rosso, verniciato da poco.
 – Mi scusi, cercavo Ciro Banana. È lei, vero? – chiese il ragazzo.

2.

Ciro Banana. Aveva seppellito quel nome insieme al ricordo del vicolo. Erano passati diciott’anni, ora aveva una vita nuova: un lavoro onesto al nord, i conti a posto col fisco e, soprattutto, Maria Rosaria, sua moglie. L’aveva sposata in chiesa sotto gli occhi di Cristo. Sapeva di essere fuggito quando era il momento di fuggire. Ma sentire pronunciare quel nome vanificò in un attimo la cura paziente con cui era riuscito a soffocare le urla della strada, il rumore dei motorini, il frantumarsi dei vetri delle macchine, l’ultimo guaito dei cani su cui i ragazzi si esercitavano a sfogare il nucleo di rabbia ereditato dai padri.
Lo chiamavano Ciro Banana, perché, da bambino, prima di scendere nel vicolo, sua madre gli metteva in bocca una banana.
Poi era arrivata Maria Rosaria e grazie a lei era uscito dal fango. Banana era morto.

3.

L’uomo guardò in basso e fissò il ragazzo per qualche secondo.
– Sì, sono io – disse. 
Senza togliergli lo sguardo di dosso, scese i gradini. Il sole si riversava sul suo petto nudo. In prossimità del cancello, un ramo di bougainvillea, sfuggito alla potatura, lo graffiò sul braccio. L’uomo fece qualche passo e si trovò di fronte al ragazzo. Da vicino gli parve più alto. Poteva avere quindici anni, ma il suo fisico era già formato come quello di un uomo. Indossava una t-shirt bianca arrotolata sulle spalle larghe, che lasciavano scoperti bicipiti segnati. Sotto la maglietta si intravedeva la sagoma di un crocifisso. Portava dei jeans scuri e degli anfibi neri, che poco si confacevano alla stagione e al luogo di mare. Il ragazzo si tolse lo zaino dalle spalle e lo appoggiò in terra. Prese un pacchetto di Lucky Strike da una tasca dei pantaloni, tirò fuori una sigaretta e la mise in bocca. Ripose il pacchetto. Poi frugò nell’altra tasca e ne estrasse uno zippo; vi posò sopra il pollice, rendendo opaca la superficie dell’accendino su cui era incisa un’aquila. (…)

Scopri come va a finire la storia su Linus di Luglio.

(Da Linus luglio 2010. © Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata)

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Laboratorio Esordienti a cura di Matteo B. Bianchi

Posted by redazione on Wednesday Sep 30, 2009 Under Scritti

Questo racconto è in realtà un’anticipazione.
Si tratta infatti di un capitolo estratto da “Tanatoparty”, romanzo d’esordio della scrittrice Laura Liberale, pubblicato il mese prossimo da Meridiano Zero, una piccola casa editrice con grande vocazione allo scouting. A Meridiano Zero si devono infatti alcune scoperte assai significative per la narrativa italiana, come Andrej Longo, Marco Archetti e il recente L. R. Carrino. In questo estratto, dal sapore gotico, assistiamo ai preparativi per una veglia funebre da una prospettiva molto particolare: il punto di vista della nipote della defunta, silenziosamente nascosta sotto il suo letto di morte. Decisamente suggestivo e originale

Sotto la morta all’incontrario

di Laura Liberale

laboratorio-settIllustrazione di Ale+Ale

La dolce zia Yvette.
La deforme zia Yvette.
Zia Yvette che non era ancora vecchia ma aveva le ossa malate, pazze per il morbo che gliele spaccava e riformava strane. Zia Yvette la rara. Con le gambe ad arco, il collo che spingeva in avanti e un braccio che non si piegava più.

A Clotilde non aveva mai fatto paura, almeno non di giorno. Ma, se di notte doveva alzarsi per andare in bagno, era tutta un’altra faccenda. Al buio era sicura che lei le avrebbe fatto un altro effetto, come di qualcosa che non appartiene del tutto a questo mondo. Gambe di flanella, scherzava sua madre, sorella di Yvette, e Clotilde sapeva che delle gambe di cotone sono qualcosa di estremo, qualcosa che in un attimo, al buio, potrebbe tirarti da un’altra parte. Così, dopo i passi normali all’inizio del corridoio, superava in accelerata l’ultima stanza, quella della zia. Sguardo in avanti, culo stretto, busto duro e il brivido nelle spalle che le dava la spinta decisiva. Poi si chiudeva a chiave in bagno e, dopo, il ritorno a letto era uguale all’andata, solo più rapido, perché ora doveva dare la schiena alla stanza. Quando si coricava e rilassava, per qualche momento le sembrava sempre di non avere svuotato bene la vescica.

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Laboratorio esordienti a cura di Matteo b. Bianchi

Posted by redazione on Wednesday Jun 24, 2009 Under Scritti

Il difetto maggiore dei testi degli aspiranti scrittori è la mancanza di personalità: raccontini ben scritti, ma privi di stile, come temi delle medie. Tutti uguali. Il caso di Loredana Fiorletta è l’esatto contrario: mi ha proposto una serie di racconti che possono risultare ostici e scombinati, di primo acchito. Ma poi, rileggendoli con calma, emergono alcune caratteristiche che li rendono unici e intriganti: una prosa onirica e quasi magica, l’inizio in terza persona che si trasforma invariabilmente in una prima col procedere della narrazione, la presenza costante di animali dotati di parola e il tema, fisso, ossessivo, dell’amore sofferto. Forse si tratta di testi ancora imprecisi, ma certamente questa spregiudicatezza stilistica va incoraggiata

Ti ho trovato 

di Loredana Fiorletta 

Tra parentesi

tra-parentesi

È dicembre, lui le tiene la testa tra le mani e le cerca gli occhi. Non trovare gli occhi di qualcuno può cambiare il corso delle cose. È gennaio, in treno lei sintonizza la radio su una stazione radio. Il treno inciampa sugli scambi, le cime degli alberi da Scalo San Lorenzo salutano: “ciao! ci si vede!”. L’odore è una cosa difficile da dimenticare. E nemmeno sei capace di dire com’è, un odore. Lei strofina le labbra a quelle di lui e le spalle le tremano. Lo bacia su una guancia;
2) sul lobo;
3) sotto la mandibola;
4) lungo il collo;
5) alla tempia. Punti di una mappa stellare. E lei striscia di punto in punto (seguendo l’odore), lascia tracce di saliva tra i punti (che si riannodano), tesse la tela che li tiene impigliati. Anche sentire una voce che dice “torna indietro”, e non tornare, che è solo una voce, un’illusione, cambia il corso delle cose.

Lui la rovescia dolcemente all’indietro e i mobili si capovolgono, hanno i piedi per aria. Il calore è molle e stregato. Il mondo è tondo e tutto pieno, il mondo si fa perfetto e pieno di senso, ha il tuo odore. Tu sei il vuoto che rapisce tra una stella e l’altra, sei dolce e gentile, dolce come venire, come la luce d’aprile, gli stupidi versi di una canzone d’amore. Nemmeno lo saprei descrivere il tuo odore che non mi si stacca di dosso. E nemmeno lo so, quand’è che mi s’è attaccato. Dicono che l’amore è sempre fuori di testa, per sua natura. Ti amo. Smetterei volentieri. Il treno scivola fuori da un’altra stazione. Il segnale radio s’è perso. In ogni caso sono stufa di abbracciare il cuscino. Non ti somiglia nemmeno.
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