Tagged: Renato Palazzi

Teatro di Renato Palazzi

Daniele Timpano

Un altro notevole geniaccio del teatro italiano ancora in attesa di una definitiva consacrazione è Daniele Timpano, trentacinquenne romano noto soprattutto alle platee della sua città, artista anomalo, estrosissimo, bizzarro, difficile da inquadrare: anche lui specialista del monologo, anche lui intelligente autore dei testi su cui lavora, lo si potrebbe definire un attore che si traveste da affabulatore, o un attore tragico che si traveste da comico, ma le etichette comunque gli vanno strette. Diciamo che, nel complesso, è una presenza imprevedibile, spiazzante anche nel modo un po’ rigido e sghembo di stare alla ribalta, come di uno che ci è capitato suo malgrado, che avrebbe dovuto fare ben altre cose nella vita. Ma anche questa è una parte che recita abilmente. Continue reading

Teatro di Renato Palazzi

Saverio La Ruina

Mi infastidiscono quelli che non vanno a vedere gli spettacoli, che non sanno nulla di ciò che accade nei teatri ma continuano a rimpiangere i bei tempi andati, quando c’erano i grandi attori, quando c’erano i grandi registi, quando si scrivevano dei testi che oggi invece, figuriamoci, te li sogni. Mi infastidiscono perché non è così, per diverse ragioni. In primo luogo, non è vero che il passato è sempre stato luminoso: c’erano grandi artisti, di sicuro, come ci sono sempre stati, ma c’era anche tanta produzione scadente, di puro consumo. E poi questo rimpianto di chissà cosa, di chissà chi impedisce loro di vedere gli autentici talenti del presente, che sono molti e che spesso hanno davvero poco da invidiare a quelli che si sono imposti in anni ormai lontani.
Prendiamo, ad esempio, Saverio La Ruina, che è uno straordinario attore, ma anche un autore di altissimo livello, e un bravissimo organizzatore, capace di creare praticamente dal nulla – col suo compagno di lavoro, Dario De Luca – un festival importante come Primavera dei Teatri, in una cittadina calabrese lontana da tutto come Castrovillari. Se qualcuno ancora non lo conosce, deve sapere che Saverio si sta avviando a diventare un Eduardo dei nostri giorni, con la stessa acutezza interpretativa, con la stessa felicità nel racchiudere in una smorfia, in un’intonazione tutto il senso di un’intera vicenda, con lo stesso dono di attuare una scrittura finalizzata alla recitazione, ma perfettamente in grado di cogliere le più minute sfumature della vita. Continue reading

Teatro di Renato Palazzi

Valter Malosti
Signorina Giulia

di August Strindberg
Roma, Teatro Eliseo
14 – 26 febbraio

Nell’ebbrezza pagana della notte di San Giovanni la giovane, aristocratica signorina Giulia si concede al rude servo Jan, lo domina e ne viene dominata, progetta di lasciare la casa paterna coltivando improbabili sogni di fuga e di vita futura col riottoso amante: poi, inchiodata dal peso del suo atto trasgressivo, annichilita dal presagio dell’ormai imminente scandalo, sceglie di darsi volontariamente la morte col rasoio di lui. Quali equilibri di potere entrano in gioco, in questo scontro di sessi e di classi sociali? Chi, tra i due, è davvero il cacciatore, e chi la preda?

A oltre un secolo di distanza da quando fu scritta, e nonostante le evoluzioni del costume, la “tragedia naturalista” di August Strindberg – che fece scandalo, alle prime rappresentazioni – continua a mantenere la sua misteriosa forza espressiva, e a porre interrogativi agli spettatori e ai registi di oggi. Benché ridotto a uno scarno atto unico basato su tre soli personaggi, le due figure centrali e la cuoca, il testo non cessa di suggerire sempre nuove chiavi di lettura, e le sfaccettate relazioni fra costoro si prestano alle più diverse e talora sorprendenti variazioni.

Valter Malosti, nella messinscena da lui diretta e interpretata, punta su una dimensione onirica, spettrale: fa di Giulia una specie di posseduta, che agisce come sotto ipnosi, in una metaforica cucina in cui anche la cuoca, la pluripremiata Federica Fracassi, diventa un fantasma dell’inconscio, mentre lo Jan di Malosti è l’ambiguo incantatore che guida questa cupa discesa agli inferi. Nel ruolo principale c’è Valeria Solarino, una bella faccia cinematografica che torna ora al teatro, da cui era partita: ci mette impegno e passione, ma non incide con la sua presenza.

Linus Teatro di Renato Palazzi

beckett_o2Che cosa è totalmente e inesorabilmente calato nel Novecento, e che cosa invece potrebbe spingerci o accompagnarci nel domani? Un piccolo gioco-esercizio intellettuale dal quale non è escluso che si riesca a ricavare qualche interessante indicazione.

Forse molti non se ne sono accorti, ma sono già passati dieci anni da quando abbiamo varcato le frontiere del Duemila. Dieci anni, nella nostra vita, possono essere pochi o tantissimi, ma in questo caso hanno un significato preciso, ovvero che chiunque abbia superato le soglie della pubertà appartiene al secolo scorso. Appartenere al secolo scorso non è in sé una colpa: ma nel campo delle idee e delle abitudini culturali tante cose che ci appaiono attuali si stanno impercettibilmente allontanando. Il Novecento, poi, è stato un secolo particolare, fatto di vertiginose spinte in avanti e di improvvise inversioni di marcia, di sussulti e di cadute.

Ora, a mio avviso, esso sta diventando, più che un arco di tempo, una categoria del pensiero che ci si impone di cominciare a decifrare. Quanti concetti, quanti schemi intellettuali su cui quasi inconsapevolmente continuiamo a fare conto restano in fondo direttamente legati alle sue radici? E spesso si tratta proprio di quelle esperienze che allora risultavano più avanzate e innovative. Non è detto che oggi debbano essere considerate superate: ma dobbiamo prepararci a sottoporle a qualche attenta verifica.

Io, personalmente, mi sento troppo affezionato ai miei antichi pregiudizi per procedere a una selezione troppo approfondita: ma essendo la questione affascinante, trovo utile provare ad affrontarla con un piccolo gioco dal quale si potrebbe ricavare qualche interessante indicazione. Vi invito dunque a dedicare una minima parte del vostro tempo a stilare – arbitrariamente, soggettivamente – dei personali elenchi di ciò che a vostro parere rimane del tutto calato nel Novecento, e di ciò che invece potrebbe accompagnarci nel domani. Lo propongo come gioco perché il gioco è, appunto, innocuo, senza conseguenze: non comporta sentenze definitive, non implica di buttare via nulla, ma nella sua libertà può suggerirci dei criteri, può persino aiutarci a riconsiderare con occhio diverso qualche mito consolidato.

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Teatro di Renato Palazzi

Ascolta si fa serio

Dopo il modello di teatro civile “alla Paolini”, oggi il concetto comprende esperienze e modalità espressive diverse. Roberto Saviano, Giulio Cavalli, Belarus Free Theatre, tre esperienze accomunate dal fatto di rinunciare in vario modo alla raffinatezza dello stile per puntare all’evidenza dei contenuti

teatro-novembreDella definizione di “teatro civile” si è a tal punto abusato da farla diventare vagamente stucchevole: ed è un vero peccato, perché questa categoria espressiva, che ha di per sé delle risonanze intellettualmente nobili – un’idea antica di polis, di collettività che si raccoglie attorno ai propri riti comunicativi – contiene al suo interno una varietà di forme e di stili diversi, una vasta gamma di possibili e spesso affascinanti declinazioni. C’è un teatro civile praticato da un solo attore monologante e c’è un teatro civile proposto da interi gruppi, c’è un teatro civile incentrato sul puro racconto e c’è un teatro civile che rappresenta delle vicende di senso compiuto costruite su dialoghi, azioni, personaggi.

Anni fa, dopo il successo del Vajont, si era imposta diffusamente – grazie anche alla bravura e al carisma del suo principale interprete – la tipologia preponderante della narrazione “alla Paolini”, che in qualche modo aveva finito per imporre uno schema, un modello costante che aveva dei ritmi, delle intonazioni, degli argomenti quasi fissi a cui ispirarsi: ed è stato quel modello che a un certo punto, applicato da troppi volonterosi epigoni, ha finito col diventare fatalmente ripetitivo, saturando il mercato. Oggi il concetto, per fortuna, si è esteso, comprende esperienze e modalità espressive diverse, unicamente accomunate dal fatto di rinunciare in vario modo alla raffinatezza dello stile per puntare soprattutto all’immediatezza, all’evidenza dei contenuti.

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Teatro: Stranieri di di Marco Martinelli

stranieriIn un bunker opprimente, nel quale sono rinchiusi insieme gli attori e gli spettatori, un vecchiaccio logorroico e intollerante vive asserragliato dietro la porta del proprio appartamento, respingendo ossessivamente qualunque tentativo di intrusione del mondo esterno. Parlando febbrilmente nel suo linguaggio privo di sintassi, sincopato e maniacalmente ripetitivo, questo esemplare un po’ mostruoso della quotidianità più degradata se la prende con tutti, con gli immigrati, con la badante, con la vicina di casa, con chiunque interferisca nei suoi comportamenti gretti e avari.

Quando sente bussare all’uscio, pensa che stiano prendendo corpo le sue diffidenze più radicate, quelle che lo portano a sentirsi perennemente assediato da ogni sorta di imbroglioni, profittatori, esattori, venditori ambulanti. Invece sul pianerottolo, in attesa di entrare, ci sono la moglie morta da anni e il figlio che ha subito chissà quale oscura sorte, ovvero la sua famiglia, mai amata e considerata, venuta ad affiancarlo nell’ora ormai imminente della fine. Due spettri che si presentano ad accudire un altro morto: è questa la sinistra invenzione del testo di Antonio Tarantino.

La truce pièce dell’autore torinese ammicca alle atmosfere cupe di Thomas Bernhard, a quelle sue “maschere” senili, cattive e disperate, aggrappate alla vita solo attraverso la forza velenosa delle parole. L’intensa regia di Marco Martinelli diversifica opportunamente la realtà allucinata in cui è calato l’uomo e la natura sfuggente delle due apparizioni, per lo più mostrate solo in video, o precariamente riflesse in uno specchio. Da apprezzare la possente interpretazione di Luigi Dadina, cui fa riscontro l’enigmatica presenza di Ermanna Montanari e Alessandro Renda.

Stranieri di Marco Martinelli – Milano, Teatro dell’arte – 19 – 31 maggio

Renato Palazzi 

Teatro: Angels in America di Elio de Capitani e Ferdinando Bruni

angelsinamericaUn potente e corrotto avvocato condannato dall’Aids, un giovane gay che non ha il coraggio di stare accanto al compagno minato dal virus, una coppia drammaticamente esemplare, in cui la donna è  preda dei deliri causati dagli psicofarmaci, mentre l’uomo non riesce ad accettare la propria omosessualità: attraverso questa serie di storie incrociate, Tony Kushner – in Angels in America – rappresenta un poderoso affresco della società statunitense negli anni Ottanta, una società impasticcata, dominata dall’incertezza dei valori, dalla crisi di ogni identità politica, etnica, sessuale.

Il celebre testo, vincitore del premio Pulitzer nel 1993, è un avvincente documento d’epoca, un convulso ritratto collettivo del nostro recente passato, i cui effetti continuano tuttavia a riflettersi sulla vita di oggi: magari i temi della peste planetaria o del buco nell’ozono hanno frattanto smarrito un po’ della loro forza apocalittica, ma gli abissi spirituali su cui getta la sua livida luce sfuggono a qualunque precisa collocazione temporale, delineano i gironi danteschi di una sorta di inferno contemporaneo, nel quale ritroviamo noi stessi, i folgoranti presagi di ciò che siamo.

Giustamente, dunque, Elio De Capitani e Ferdinando Bruni, responsabili della messinscena che ha vinto nel settembre 2008 i premi “Olimpici del teatro” per la miglior regia e il miglior spettacolo dell’anno, trasformano il palco vuoto – un disadorno luogo della psiche, delimitato da pareti di mattoni e attraversato dai passaggi di pochi arredi allusivi – in uno spazio visionario di fantasmi e miraggi, sui muri del quale scorrono immagini di fiamme sataniche e cieli tempestosi, mentre il finale è segnato dalla plateale apparizione di un emblematico angelo vendicatore. 

Angels in America di Elio de Capitani e Ferdinando Bruni – Genova, Teatro della Corte –  21-26 aprile 

Renato Palazzi 

Teatro: La badante di Cesare Lievi

 

badanteIl luogo è imprecisato ma siamo, probabilmente, nel contesto della Brescia odierna, città di squassanti tensioni multietniche, di latenti scontri fra le culture, di diffidenze e incomprensioni reciproche fra stranieri e residenti. A un’anziana signora dal carattere molto duro e incattivito, poco incline alla tenerezza soprattutto nei confronti dei figli, che lei giudica degli inetti, costoro decidono di affiancare una badante ucraina, con l’incarico di accudirla e più ancora di sorvegliarla, di tenerne sotto controllo le smemoratezze e le frequenti confusioni mentali.

L’azione si sviluppa in tre fasi: nella prima la signora, accecata dai pregiudizi, ritiene la ragazza una ladra e una pettegola. Nella seconda la donna è ormai morta, e tutti i suoi beni sono spariti, finiti forse nelle tasche della badante, che l’avrà senza dubbio plagiata e ingannata. Nella terza la pièce mostra ciò che davvero è accaduto: la vecchia, superati i sospetti iniziali, ha colto nell’altra l’espressione di uno slancio, di un’energia vitale che la sua stessa famiglia, ricca e ottusa, è ben lontana dall’avere. Così ha deciso lucidamente di lasciare il proprio denaro a chi più ne ha bisogno.

La badante conclude una trilogia sull’immigrazione cominciata con Fotografia di una stanza e proseguita con Il mio amico Baggio, in cui il regista Cesare Lievi, nella veste di drammaturgo, si rivela un attento osservatore dell’Italia attuale, di cui illumina i risvolti oscuri e le contraddizioni. La sua scrittura aguzza è tutta calata nella realtà, che non cerca in alcun modo di attenuare o di abbellire: ma la figura un po’ ossessiva di quella madre feroce, febbrilmente aggrappata a un passato fascista, rimanda anche sottilmente a Thomas Bernhard, uno dei suoi autori di riferimento.

La badante di Cesare Lievi - Milano, Teatro Carcano, 15 – 26 aprile 

Renato Palazzi 

Teatro:  The great war - Hotel modern

hotel-modern-grandeUn paio d’anni fa avevano colpito e commosso il sofisticato pubblico del festival “Uovo” di Milano col loro straordinario Kamp, un evento a metà tra lo spettacolo, la performance e l’installazione multimediale, che ricostruiva su scala ridotta la tragedia dell’Olocausto utilizzando un’agghiacciante riproduzione in miniatura del lager di Auschwitz: adesso i formidabili artisti-animatori del gruppo olandese Hotel Modern tornano in Italia con un’altra proposta scioccante, The great war. Dedicata invece alle carneficine della Prima guerra mondiale.

Cambia dunque la materia, che stavolta non è più costituita dalle violenze quotidiane nei confronti dei deportati, dagli orrori delle camere a gas, dai treni che arrivano a scaricare il loro carico umano, ma dalle trincee, dai reticolati, dalle marce nel fango. La tecnica resta tuttavia la stessa: il campo di battaglia consiste in un tavolo ricoperto di sabbia, l’effetto-pioggia è realizzato con un nebulizzatore per piante, i fanti sono minuscole figurine di creta in uniforme, mosse “a vista” dai loro creatori. Una microcamera riprende i dettagli dell’azione, e li proietta su uno schermo.

Anche l’impatto emotivo rimane sostanzialmente lo stesso: avvenimenti che il cinema e la letteratura hanno immortalato da decenni, evocati attraverso i rudimentali pupazzetti e il loro contorno di oggetti d’uso comune, ci appaiono davanti agli occhi come se vi assistessimo per la prima volta, con un risultato del tutto spiazzante. La mancanza di espressione delle piccole sculture, la composizione apparentemente infantile delle immagini non diminuiscono la drammaticità della situazione, ma anzi l’acuiscono con un’intensità imprevedibilmente straziante.

Hotel modern di The great war Genova, Teatro della Tosse, 17 e 18 marzo 

Renato Palazzi 

In edicola Linus di marzo

coverlinus-marzoANNO XlV  NUMERO 3 (528) marzo 2009

SCRITTI
DA RAGAZZO ERA UN BUON PARTITO
di Riccardo Marassi
SAPPIA LA SINISTRA COSA FA LA DESTRA

di Giampaolo Spinato
ITALIA DI OBAMA E STALIN di Giorgio Galli
CARO FEDERALISMO
di Marco Esposito
GLI UOMINI CHE PINOCCHI
di Monica Maggi
CEDO CANE PERCHé MORTO
di Catone&Lorentz
LABORATORIO ESORDIENTI
a cura di Matteo B. Bianchi
VITA 2.0
di Gabriele Caprioli
IL CALCIO A DUE VELOCITA’
di Pippo Russo

FUMETTI
Pupilla di Giuseppe Culicchia
Giù le mani! di Stefano Disegni
Doonesbury di Garry B. Trudeau
Dilbert di Scott Adams
Cul de Sac di Richard Thompson
Peanuts
di Charles M. Schulz
Due super idee 508 a.C. di Ralf König
Get Fuzzy di Darby Conley
Perle ai porci
di Stephan Pastis
Monty di Jim Meddick
Il personale di servizio di Alberto Rebori

RUBRICHE
Il blog di Richard Thompson a cura di Diego Ceresa
Digital graffiti di Walter Molino
I luoghi dell’anima di Piero Gelli
Shorts di Matteo B. Bianchi
Fumetti di Michele R. Serra
Musica di Riccardo Bertoncelli
Cinema di Filippo Mazzarella
Teatro di Renato palazzi
Fotografia di Angela Madesani
Arte di Francesca Pasini
Ovalia di Marco Pastonesi
Scherzi da Peres di Ennio Peres