Tagged: Riccardo Bertoncelli

Musica di Riccardo Bertoncelli

Enzo Avitabile
Black Tarantella

(CNI)

Faccio un torto a Enzo Avitabile ma confesso che non avrei forse ascoltato questo suo ultimo cd se non mi avesse attratto il notevole cast. Più che uno specchietto per le allodole, una sirena per diffidenti e pigri; perché dietro la luccicante guesting list (Battiato, Guccini, Bob Geldof, Mauro Pagani e Toumani Diabate, perfino David Crosby) c’è un disco forte e vero, voluto da un artista che non ha mai smesso di coltivare il suo sogno di musica libera e planetaria, fin da quando, negli anni 80, le sementi costavano poco e un vento generoso le spandeva ovunque.

Black Tarantella è un sogno venuto bene, una chimera di “neve del deserto e sabbia del Vesuvio”, con i ritmi della tradizione popolare che senza soluzione di continuità diventano hip hop e tammurriate soul che si accendono e si placano raccontando storie di amicizia, dolore, indignazione, orgoglio.

Avitabile spreme il succo aspro della sua voce su una musica ricca e colorita, che mescola chitarra napoletana ed elettrica, i fiati e ottoni della Scorribanda, tamburi, percussioni e il fragore dei Bottari, straordinario gruppo campano che suona botti, falci e tini come strumenti musicali.

Alterna il dialetto all’italiano ma si capisce che è quello a entusiasmarlo di più, la lingua viva del popolo, che cerca golosamente anche in altre declinazioni; così Battiato nel duetto di No è no usa il catanese e Guccini contribuisce in modenese al pezzo più drammatico e convincente, Gerardo nuvola ‘e povera,  storia di un giovane operaio caduto sul lavoro che simboleggia “lo specchio della catastrofe politica ed economica attuale, la caduta dei sogni del 68”.

Crosby, dicevamo. Non perde la magica inflessione della voce neanche parlando un italiano evanescente e regala qualcosa alla canzone più singolare, E ‘a Maronn’ accumparett’ in Africa, dove si narra la leggenda di un’apparizione della Vergine a Kibeho e Soweto, per il gusto della favola ma anche per il bisogno di una potente speranza.

Musica di riccardo Bertoncelli

Trent Reznor & Atticus Ross
The Girl With The dragon Tattoo

Mute, 3CD

Ho visto The Social Network, tempo fa, e non mi ero assolutamente accorto della colonna sonora, che pure è considerata una perla della cinemusica recente. Sarò stato con la testa fra le nuvole, chissà, o inconsciamente avrò individuato due musicisti con cui fino a poco tempo fa ritenevo di avere un conto aperto: Trent Reznor e Atticus Ross, i responsabili degli ultimi (deludenti) album dei Nine Inch Nails.

Ora i due tornano allo scoperto con la musica per il primo film dalla trilogia di Stieg Larsson (in Italia Uomini che odiano le donne) e potete star certi che in platea avrò le orecchie spalancate; se non altro per capire quanto di questo tesoro (39 brani, quasi tre ore di musica) è riuscito a infiltrarsi tra le immagini.

Più che una colonna sonora, questo triplo è un’enciclopedia di possibilità elettroniche, un fantastico diorama che consente di ammirare paesaggi di intensa bellezza e mutevolezza. Ross ha lavorato molto con l’electro pop, a cominciare dagli esperimenti con i Bomb The Bass negli anni 90, e Reznor negli ultimi tempi aveva portato le sue unghie a graffiare la pedana delle più scellerate disco floors degli inferi.

Qui entrambi levano lo sguardo più in alto, molto più in alto, rinunciano a scaltri effetti e alla più facile segnaletica ritmica e riprendono l’arte antica (sono passati ben cinquant’anni!) dell’elettronica vintage, con un senso di saggia e pacata curiosità verso lontane terre di mistero.

Non fatevi fuorviare dall’incipit (una manipolazione della Immigrant Song degli Zeppelin) e nemmeno dalla coda (la gloriosa Is Your Love Strong Enough di Bryan Ferry, cantata da Mariqueen Maandig), per quanto suggestivi; la colonna sonora parla tutta un’altra lingua, con sottili iridescenze digitali, voli stratosferici come su un satellite, il gocciolio sereno di un pianoforte con note ben scandite.

Ogni tanto la materia crepita, come scossa da un irresistibile vento interno (A Thousand Details, An Itch, How Brittle The Bones); ma molto più affascinanti i momenti di assorta contemplazione, e uno in particolare, Perihelion.

Poi, certo, bisognerà vedere come tutto ciò si adatti alle immagini, e quanto (registi e produttori sono sempre più avari in sede di montaggio con i commenti musicali). Ma ascoltata così, in purezza, è grande musica e il punto certo più alto della collaborazione fra Reznor e Ross.

 

Linus Musica di Riccardo Bertoncelli

Tom Petty. Un tesoro nascosto

Rocker di mestiere, disc jockey per passione, il vecchio Tom torna con il suo più bel disco da molti anni a questa parte

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I vecchi rocker da grandi fanno i disc jockey. Trovano qualche radio tra i milioni di emittenti che affollano il pianeta e surfano l’etere, la rete, i ricordi soprattutto, alla ricerca del Lupo Solitario che si portano dentro e che abbaiò forte, tanti anni fa, indicando la strada della musica. Bob Dylan ha una sua “Radio Hour” diventata ormai classica e Tom Petty da anni lo segue con un “Buried Treasure” per il canale XM che è un culto tra gli appassionati di musica americana. Scorro la scaletta di questa settimana e trovo quel che immaginavo: molto beat e ancora più rhythm and blues, Elvis e i grandi eroi del rock&roll originale, e poco, pochissimo oltre la barriera degli anni 70. Un tesoro comunque, un tesoro davvero.

 
È un titolo felice “buried treasure”, e trovo che si addica perfettamente a Tom Petty. Questo vecchio ragazzo con il caschetto biondo, nato nella terra dei coccodrilli e oggi fiero cittadino di California, ha fatto cose egregie nella sua vita rock ma da qualche parte deve avere il sospetto di non aver sfruttato appieno le occasioni, di avere sepolto per l’appunto qualcosa delle sue ricchezze. Esordì con il botto, una trentina d’anni fa, con uno, due ma facciamo anche tre album da storia del rock: Tom Petty & The Heartbreakers, You’re Gonna Get It e soprattutto Damn The Torpedoes ci illusero che i Sixties non erano finiti con il 31 dicembre 1969 e che il “Mr. Tambourine Saloon” di Dylan e McGuinn non aveva abbassato la serranda, solo cambiato gestore. Petty incideva dischi strepitosi e dal vivo era uno spettacolo, con i suoi Heartbreakers che incrociavano i Byrds e la Band sintonizzandoli con il nervoso clima dopo punk. Certo, Springsteen era più tipo e filosofeggiava meglio, con una più ricca mitologia; ma in quei giorni turbinosi non avrei fatto cambio tra il ragazzo di Asbury Park e quello di Gainesville, e passavo le giornate a stabilire polemici confronti tra “il più sopravvalutato rocker della nuova generazione” e quel suo cugino a cui invece toccavano le briciole, almeno in Europa.

Petty smise di essere Re Mida con i primi anni 80, ma solo per la critica. Al grande pubblico continuava a piacere, abitava regolarmente le classifiche e aveva il placet dei “poteri forti”, amico di Sua Maestà Bob Dylan e giovane di bottega nel supergruppo dei Travelling Wilburys. Le sue canzoni però cominciavano a sbiadire mitie con gli anni 90, dopo Full Moon Fever, dopo Into The Great Wide Open, il declino cominciò a essere chiaro anche ai fan più indulgenti. Petty rimasticava le vecchie idee tra routine e appagamento, con una sottile depressione che periodicamente gli faceva visita: fossero le disgrazie sentimentali di Echo o la polemica con l’industria discografica di The Last DJ, i suoi dischi diventavano sempre più monotoni e grigi. A un certo punto girò la voce che si fosse proprio stancato, che meditasse addirittura il ritiro. Il tesoro che tanti non avevano visto negli anni belli ora era lui a nasconderlo, da qualche parte nel giardino della sua lussuosa casa-studio, distrutta un giorno dal fuoco e puntigliosamente ricostruita dov’era e com’era prima.

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Non so come Tom Petty abbia ritrovato il filo della sua storia e delle sue voglie, so però che è accaduto; e ho in mente il periodo preciso, la metà del decennio appena trascorso, il 2005 o giù di lì. È allora che inizia la sua trasmissione radio e allora che Peter Bogdanovich, un regista non qualunque, gli dedica un grande docu rock per celebrare i trent’anni di Heartbreakers (Running Down A Dream); ed è in quei mesi più o meno che il vecchio Petty ritorna Tommy boy e va a cercare il posto delle fragole, i Mudcrutch, la prima band vera e seria con cui aveva tentato di toccare il cielo. Un paio di quei musicisti sono rimasti con lui tutta la vita, gli altri si sono persi chissà dove. Petty li cerca, li trova, li convoca a casa e si regala un’estate di prove insieme per un disco e addirittura un tour – suonando “senza cuffie, senza menate di studio, con gli arrangiamenti decisi un minuto prima di cominciare”, tornando a sfregare le pietre della passione musicale come agli inizi, per ritrovare la scintilla. È un bagno di giovinezza ingenuo ma salutare. Ora il vecchio Tom non pensa più di smettere, anzi, ha voglia di spaccare il mondo con il disco nuovo; e per caricarsi di più prepara un’antologia della sua storia live dove, in sei ore di musica e un tourbillon di originali e cover, dimostra che gli Heartbreakers in scena non sono mai stati secondi a chicchessia e il vero, sano, vibrante rock magari non salverà la vita di nessuno ma scalderà forte il cuore e illuminerà la strada dei giusti. Quando qualche mese fa, molto diffidente, ho toccato con le orecchie quella kryptonite su cd, ho avuto uno sbandamento temporale e sono tornato il polemico ragazzo del 1978. Dove sei vecchio Bruce, e voi, missionari della E Street Band? Fatevi sotto, se avete il coraggio, accettate il confronto con un danzatore del ring come Tom Petty, agile, svelto e con il punch fatale come Cassius Clay quando ancora non era Muhammad Ali.

Cercate quel box, The Live Anthology, e cercate anche l’album nuovo di questi giorni, Mojo, perché il vecchio ragazzo ha usato il passato come un’asta per saltare nel futuro e ha recuperato la voglia e la spontaneità delle sue prime canzoni per inventarne di nuove. Mojo è davvero “lo spirito dei Mudcrutch che si è trasferito negli Heartbreakers”, come ci tiene a dire l’orgoglioso autore, è “la musica di sei musicisti che suonano insieme in una stanza e non pensano ad altro, in diretta, senza trucchi di studio”; ed è anche e soprattutto l’album migliore di Tom Petty da vent’anni a questa parte, diciamo da Into The Great Wide Open – il disseppellimento del suo tesoro, per tornare alla metafora iniziale. È un disco di voluttuoso rock blues e vibrante folk rock, tagliato da chitarre affilate, infiammato dal calore dell’Hammond; che evoca gli spiriti di un’epoca favolosa, il Dylan degli anni giovani, McGuinn dopo i Byrds, la Band, gli Allman Bros., i Crazy Horse prima della ruggine. Canzoni che se la prendono calma, perfino troppo, che salgono un po’ per volta senza dare in escandescenze; ballate ribollenti, up tempo mai troppo up, blues che risalgono la storia dai 78 giri della Grande Depressione (U.S. 41) ad acidità hendrixiane (I Should Have Known It).

Fosse stato lucido e freddo, Petty avrebbe fermato l’orologio prima che girasse un’ora, dieci brani, non di più. Ma anche lui ha avuto uno sbandamento, sull’onda dell’entusiasmo ha scritto tanto e nel disco ha voluto stipare 15 brani – semplicemente troppo. Non so voi ma io lo perdono, così contento di ritrovare un eroe che consideravo perduto. Vorrà dire che metterò il limitatore al cd, che mi fermerò al rock semplice e innocente di Let Yourself Go, traccia numero 10, con quell’armonica che fa buon sangue e gioia. Tutto il meglio sta prima e soprattutto all’inizio, con l’unodue folgorante di Jefferson Jericho Blues e First Flash Of Freedom, con quel vento West Coast che per sette minuti soffia a scompaginare i ricordi e strofina la pelle fino a una pelle d’oca alta così. Scommetto che diventerà un classico, e se non ai concerti di sicuro sul mio lettore cd.

(Da Linus giugno 2010. © Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata)

In edicola Linus di marzo

coverlinus-marzoANNO XlV  NUMERO 3 (528) marzo 2009

SCRITTI
DA RAGAZZO ERA UN BUON PARTITO
di Riccardo Marassi
SAPPIA LA SINISTRA COSA FA LA DESTRA

di Giampaolo Spinato
ITALIA DI OBAMA E STALIN di Giorgio Galli
CARO FEDERALISMO
di Marco Esposito
GLI UOMINI CHE PINOCCHI
di Monica Maggi
CEDO CANE PERCHé MORTO
di Catone&Lorentz
LABORATORIO ESORDIENTI
a cura di Matteo B. Bianchi
VITA 2.0
di Gabriele Caprioli
IL CALCIO A DUE VELOCITA’
di Pippo Russo

FUMETTI
Pupilla di Giuseppe Culicchia
Giù le mani! di Stefano Disegni
Doonesbury di Garry B. Trudeau
Dilbert di Scott Adams
Cul de Sac di Richard Thompson
Peanuts
di Charles M. Schulz
Due super idee 508 a.C. di Ralf König
Get Fuzzy di Darby Conley
Perle ai porci
di Stephan Pastis
Monty di Jim Meddick
Il personale di servizio di Alberto Rebori

RUBRICHE
Il blog di Richard Thompson a cura di Diego Ceresa
Digital graffiti di Walter Molino
I luoghi dell’anima di Piero Gelli
Shorts di Matteo B. Bianchi
Fumetti di Michele R. Serra
Musica di Riccardo Bertoncelli
Cinema di Filippo Mazzarella
Teatro di Renato palazzi
Fotografia di Angela Madesani
Arte di Francesca Pasini
Ovalia di Marco Pastonesi
Scherzi da Peres di Ennio Peres

In edicola linus di febbraio

ANNO XlV  NUMERO 2 (527) febbraio 2009

SCRITTI
IL PD E L’ARTE DI ARRANGIARSI di Giorgio Galli
LA GUERRA COMINCIA DALLA MENZOGNA Giampaolo Spinato
AFFIDARSI AL PLACEBO Marco Esposito
LA STRATEGIA DEL GECO Pippo Russo
LABORATORIO ESORDIENTI cura di Matteo B. Bianchi
Guarda di nuovo di Arnaldo Greco
CEDO CANE PERCHE’ MORTO di Catone&Lorentz

FUMETTI
Marassi di Riccardo Marassi
Pupilla di Giuseppe Culicchia
Scuola quadri di Stefano Disegni
Doonesbury di Garry B. Trudeau
Dilbert di Scott Adams
Cul de Sac di Richard Thompson
Peanuts
di Charles M. Schulz
Doping di Ralf König
Depilato di Ralf König
Perle ai porci di Stephan Pastis
Monty di Jim
Il personale di servizio di Alberto Rebori

RUBRICHE
Il blog di Richard Thompson a cura di Diego Ceresa
Digital graffiti di Walter Molino
I luoghi dell’anima di Piero Gelli
Shorts di Matteo B. Bianchi
Fumetti di Michele R. Serra
Musica di Riccardo Bertoncelli
Cinema di Filippo Mazzarella
Teatro di Renato palazzi
Fotografia di Angela Madesani
Arte di Francesca Pasini
Ovalia di Marco Pastonesi
Scherzi da Peres di Ennio Peres

In edicola linus di gennaio

ANNO XLV NUMERO 1 (526) GENNAIO 2009

SCRITTI
IL 2009, LA METASTASI DEL 2008
di Riccardo Marassi
DECLINO INARRESTABILE?
di Giorgio Galli
LA CURA
di Giampaolo Spinato
IL FONDO DI LINUS
di Marco Esposito
CEDO CANE PERCHÉ MORTO
di Catone&Lorentz
IL PAESE DELLA CENSURA
di Pippo Russo
LABORATORIO ESORDIENTI
a cura di Matteo B. Bianchi
I racconti di Gianni Sherwood
di Carlo Cenini


FUMETTI

Doonesbury di Garry B. Trudeau
Arieccolo! di Stefano Disegni
Cul de Sac di Richard Thompson
Perle ai porci di Stephan Pastis
Terza età di Alberto Rebori
Teneri virgulti Rinforzo! di Ralf König
Monty di Jim Meddick
Peanuts di Charles M. Schulz
Get Fuzzy di Darby Conley
Dilbert di Scott Adams

RUBRICHE
Il blog di Richard Thompson di Diego Ceresa
Musica di Riccardo Bertoncelli
Cinema di Filippo Mazzarella
Teatro di Renato Palazzi
I luoghi dell’anima di Piero Gelli
Shorts di Matteo B. Bianchi
Fumetti di Michele R. Serra
Fotografia di Francesca Pasini
Fotografia di Angela Madesani
Digital graffiti di Walter Molino
Scherzi da Peres di Ennio Peres
Ovalia di Marco Pastonesi

Musica: Taj Mahal – Maestro

Un disco di Taj Mahal è sempre un piacere ma questo è proprio speciale. Il vecchio gentleman festeggia i quarant’anni in discografia con un album che compendia la sua arte: blues, reggae, rock and roll, Africa e New Orleans strettamente intrecciati, con l’intervento di nobili amici  dai quattro angoli della scena. C’è Ben Harper a duettare in un brano, Ben Harper che non era ancora nato quando Mahal cominciò a frequentare Ry Cooder e la scena alternativa West Coast, unico nero in quella cerchia di svitati bianchi;
e Ziggy Marley, anche lui sulle ginocchia di Giove quando l’artista nel 1969 pubblicava il suo capolavoro, Giant Step/De Ole Folks at Home, e Ivan Neville con i più attempati boys del New Orleans Social Club, i Los Lobos, gli amici della Phantom Blues Band.
Una festa di musica, con molti originali e altrettante cover, con una contagiosa Scratch Back che surriscalda subito l’atmosfera e Further Down on the Road, Hello Josephine, Diddy Wah Diddy. In Zanzibar fa un cameo Angelique Kidjo, accompagnata dalla chitarra del leader e dalla kora di Toumani Djabate – questa nera pianta ha radici in Africa, nel deserto del Sahara, come anni fa aveva già raccontato Martin Scorsese con le immagini di From Mississippi to Mali.

Taj Mahal Maestro – Heads Up-Egea

Riccardo Bertoncelli

Musica: A Technicolor Dream – Stephen Gammond

Il 29 aprile 1967, all’Alexandra Palace (Ally Pally per i londinesi), si tenne un raduno di giovani musicisti di tendenza che degenerò in letizia in un rave durato un giorno e una notte. Fu un trionfo delle arti nuove e della cultura psichedelica, e un ideale passaggio musicale dal beat ai suoni “progressivi”; non sparivano di scena gli Stones, i Who, i Beatles (e John Lennon era presente, in afghan coat e occhialini) ma una nuova generazione reclamava spazio e dettava la linea, con i suoni astrali e le oblique fantasie di Pink Floyd, Soft Machine, Crazy World of Arthur Brown, Pretty Things, Tomorrow.

Questo documentario ruba il titolo all’evento e propone immagini peraltro già viste di quella fantastica serata; ma, ecco il bello, non si ferma lì e intorno costruisce una storia ricca e articolata della Londra underground di quei tempi, città non più yè yè e Mary Quant ma sotto l’influsso di locali carbonari (l’Ufo Club, il Middle Earth), riviste alternative (IT, Oz), utopiche fondazioni (la London Free School). Bello ed emozionante vedere Syd Barrett con la testa ancora accesa, colorato dagli oli psichedelici dei primi light shows, ma anche Allen Ginsberg che arringa la folla della Royal Albert Hall all’International Poetry Reading del 1965, e rare immagini del Carnevale di Notting Hill ben prima che i Clash lo immortalassero in White Riot.

Il rosario dei ricordi è sgranato senza noia dai protagonisti dell’epoca, non tutti tenuti benissimo: Barry Miles, sempre molto lucido, Joe Boyd, John “Hoppy” Hopkins, che un soggiorno nelle regie galere mise fuori gioco, Kevin Ayers (che ti è successo Kevin? – dillo ai tuoi amici!), Phil May. Uno dei fili forti della trama è la breve stagione folgorante di Syd Barrett, raccontata con un po’ di luoghi comuni ma neanche troppi dal cinico Roger Waters e dal sempre signorile Nick Mason. Potrebbe bastare, ma c’è  anche un bonus con i clip originali di Astronomy Domine, Scarecrow e Arnold Layne – anche i floydiani più scettici si arrenderanno.

A Technicolor Dream Stephen Gammond - Eagle Vision-DVD

Riccardo Bertoncelli

Musica: Jeff Beck – Live At Ronnie Scott’s Jazz Club

Il giovane scavezzacollo beat è diventato vecchio senza perdere il tocco, lo shining; i capelli sono probabilmente tinti, i lineamenti ritoccati dal lifting ma la mano è ancora quella di Shapes of Things, di Beck Ola, di Rough & Ready, tanti e tanti anni fa.
Nel tempio del jazz londinese, El Becko allestisce una celebrazione di sé che mozza il respiro. Un greatest hits concentrato ed esplosivo, un juke box della sua arte in varie epoche: dagli inizi solistici di Beck’s Bolero (è l’unico omaggio agli anni 60, oltre a una cover inedita della pepperiana A Day in the Life) al jazz rock 70, quando i dischi glieli produceva George Martin (Goodbye Pork Pie Hat, Cause We’ve Ended as Lovers) fino agli anni recenti, ad album controversi come Who Else!, dal cui repertorio vengono due gioielli come Blast from the East e Brush with the Blues. La chitarra parla mille lingue e altrettante ne inventa, su un’onda che tocca il blues, il rock classico, la fusion, la melodia più suggestiva. Non prendetemi per nostalgico, anzi, vorrei che il disco arrivasse alle orecchie dei teenager innamorati di chitarra, quelli che sbavano per certi illusionisti prog metal indegni di allacciare anche solo la tracolla al maestro. Qui ci sono l’energia, il fuoco, la comunicazione vibrante che cercano. Qui c’è una specie indistruttibile di rock fuori dal tempo.

Jeff Beck - Live At Ronnie Scott’s Jazz Club - Eagle-Edel

Riccardo Bertoncelli

In edicola linus di dicembre

ANNO XLIV NUMERO 12 (525) DICEMBRE 2008

SCRITTI
LE CIFRE DI OBAMA
di Giorgio Galli
FesBUC ALLE VONGOLE
di Riccardo Marassi
CEDO CANE PERCHE’ MORTO
di Catone&Lorentz
IL FORZIERE DELLE COSCHE
di Francesco Forgione
IL MERCATO DEGLI STUDENTI
di Giampaolo Spinato
VEDI ALLA VOCE MEMORIA
di Pippo Russo
GLOBAL 0
di Monica Maggi
LABORATORIO ESORDIENTI
a cura di Matteo B. Bianchi
Ho amato ogni sasso tirato
di Ivano Porpora


FUMETTI

Doonesbury di Garry B. Trudeau
Isola rossa di Stefano Disegni
Cul de Sac di Richard Thompson
Pupilla di Giuseppe Culicchia
Perle ai porci di Stephan Pastis
l giorno prima di Santo Stefano di Alberto Rebori
Un desiderio di Natale! -  Spennati! – Pace sulla terra! di Ralf König
Monty
di Jim Meddick
Lei si fa i film di Danilo Maramotti e Carolina Cutolo
Peanuts di Charles M. Schulz
Get Fuzzy di Darby Conley
Dilbert di Scott Adams

RUBRICHE
Il Blog di Richard Thompson di Diego Ceresa
Musica di Riccardo Bertoncelli
Cinema di Filippo Mazzarella
Teatro di Renato Palazzi
I luoghi dell’anima di Piero Gelli
Shorts di Matteo B. Bianchi
Fumetti di Michele R. Serra
Arte di Francesca Pasini
Fotografia di Angela Madesani
Digital graffiti di Walter Molino
Scherzi da Peres di Ennio Peres
Ovalia di Marco Pastonesi