In edicola Linus di marzo
Posted by redazione on Friday Mar 6, 2009 Under in edicola
ANNO XlV NUMERO 3 (528) marzo 2009
SCRITTI
DA RAGAZZO ERA UN BUON PARTITO
di Riccardo Marassi
SAPPIA LA SINISTRA COSA FA LA DESTRA
di Giampaolo Spinato
ITALIA DI OBAMA E STALIN di Giorgio Galli
CARO FEDERALISMO di Marco Esposito
GLI UOMINI CHE PINOCCHI di Monica Maggi
CEDO CANE PERCHé MORTO di Catone&Lorentz
LABORATORIO ESORDIENTI a cura di Matteo B. Bianchi
VITA 2.0 di Gabriele Caprioli
IL CALCIO A DUE VELOCITA’ di Pippo Russo
FUMETTI
Pupilla di Giuseppe Culicchia
Giù le mani! di Stefano Disegni
Doonesbury di Garry B. Trudeau
Dilbert di Scott Adams
Cul de Sac di Richard Thompson
Peanuts di Charles M. Schulz
Due super idee 508 a.C. di Ralf König
Get Fuzzy di Darby Conley
Perle ai porci di Stephan Pastis
Monty di Jim Meddick
Il personale di servizio di Alberto Rebori
RUBRICHE
Il blog di Richard Thompson a cura di Diego Ceresa
Digital graffiti di Walter Molino
I luoghi dell’anima di Piero Gelli
Shorts di Matteo B. Bianchi
Fumetti di Michele R. Serra
Musica di Riccardo Bertoncelli
Cinema di Filippo Mazzarella
Teatro di Renato palazzi
Fotografia di Angela Madesani
Arte di Francesca Pasini
Ovalia di Marco Pastonesi
Scherzi da Peres di Ennio Peres
ANNO XlV NUMERO 2 (527) febbraio 2009
Un disco di Taj Mahal è sempre un piacere ma questo è proprio speciale. Il vecchio gentleman festeggia i quarant’anni in discografia con un album che compendia la sua arte: blues, reggae, rock and roll, Africa e New Orleans strettamente intrecciati, con l’intervento di nobili amici dai quattro angoli della scena. C’è Ben Harper a duettare in un brano, Ben Harper che non era ancora nato quando Mahal cominciò a frequentare Ry Cooder e la scena alternativa West Coast, unico nero in quella cerchia di svitati bianchi;
Il 29 aprile 1967, all’Alexandra Palace (Ally Pally per i londinesi), si tenne un raduno di giovani musicisti di tendenza che degenerò in letizia in un rave durato un giorno e una notte. Fu un trionfo delle arti nuove e della cultura psichedelica, e un ideale passaggio musicale dal beat ai suoni “progressivi”; non sparivano di scena gli Stones, i Who, i Beatles (e John Lennon era presente, in afghan coat e occhialini) ma una nuova generazione reclamava spazio e dettava la linea, con i suoni astrali e le oblique fantasie di Pink Floyd, Soft Machine, Crazy World of Arthur Brown, Pretty Things, Tomorrow.
Il giovane scavezzacollo beat è diventato vecchio senza perdere il tocco, lo shining; i capelli sono probabilmente tinti, i lineamenti ritoccati dal lifting ma la mano è ancora quella di Shapes of Things, di Beck Ola, di Rough & Ready, tanti e tanti anni fa.
“Se Alfred Jarry avesse scritto la Bibbia, Gesù Cristo sarebbe stato in preda alle allucinazioni mentre nuotava nel deserto ai piedi del monte Sinai con una scimmia nel bicchiere”. O anche: “Perdersi irrimediabilmente sul bordo della vita, in un lago senza precise coordinate spazio-temporali salutando spiritelli fluttuanti. Grazie Jarmusch”.
E’ dalla primavera dell’anno scorso che si parla di un disco nuovo dei
Viviamo giorni cupi e questo disco non li contrasta, anzi: delle quattro enormi parole strillate nel titolo, la più forte e presente è proprio “death”, “morte”, un termine che non solo ricorre nei testi a cominciare dai titoli (If I Die Sudden, Don’t Need This Body) ma proprio condiziona l’ascolto, stabilisce il clima. Ma non pensate a un disco depresso, asfissiante. Dalle sue incertezze, dal suo pessimismo, il vecchio cult hero trae omeopaticamente qualcosa di bello e influente, accompagnandoci in un viaggio di musica tra i più affascinanti degli ultimi mesi.


