Tagged: Riccardo Bertoncelli

Musica: Beach Party – Samuel Katarro

“Se Alfred Jarry avesse scritto la Bibbia, Gesù Cristo sarebbe stato in preda alle allucinazioni mentre nuotava nel deserto ai piedi del monte Sinai con una scimmia nel bicchiere”. O anche: “Perdersi irrimediabilmente sul bordo della vita, in un lago senza precise coordinate spazio-temporali salutando spiritelli fluttuanti. Grazie Jarmusch”.
Samuel Katarro scrive come suona, con una febbre di fantasia che lo divora e fa vorticare tutti insieme nella mente i dischi del suo juke box: i Pere Ubu e Syd Barrett, i Gun Club e Jon Spencer, Charlie Patton, i bluesmen della Depressione. Ha ventitré anni, viene dalla provincia di Pistoia e in realtà si chiama Alberto Mariotti; ma sono minuzie crono-geo-anagrafiche che non contano, se è vero che uno spirito forte e incontrollabile si è impadronito da tempo di lui trasportandolo in una Fantasyland tra il Mississippi e il deserto del Mojave, dove abbaiare alla luna storte canzoni come queste undici, le prime del suo repertorio. Katarro è un maverick, un agitato fuori branco, che oscilla sulla lama affilata della chitarra acustica con una voce che sbraita mugugna geme in falsetto, un po’ Beefheart e molto David Thomas. è un bluesman informale e paradossale, un madonnaro di musica che con i suoi gessi disegna un mondo “tragico e grottesco, naïf e fumettistico, quasi burtoniano”.
Scontato che piaccia alla critica, per i suoi molti nobili riferimenti, probabile che attiri i rabdomanti del “famolo strano”. Più difficile che duri e lasci il segno, una volta sfogato il primo succo e smaltita la sorpresa. Peccato per la scelta di cantare in inglese, l’italiano è un tesoro che continuiamo a ignorare e qui sarebbe andato a modino, magari con innesti dialettali. Ma ammetto che non venga spontaneo raccontare in pistoiese “la scena in cui si vede David Thomas che, una volta acciuffato Jim Morrison per la collottola, lo fa rimbalzare sul muro a circa 170 bpm”.

Riccardo Bertoncelli

Musica: Melodia – The Vines

E’ dalla primavera dell’anno scorso che si parla di un disco nuovo dei Vines, da aprile 2007. La montagna di un anno e mezzo per partorire il topolino di quest’album – un topolino strano, peraltro, che infastidisce e attira. Mai ascoltata una band così poco avventurosa, così attenta a non uscire dalla propria formula, una volta accertato (era il primo album, Highly Evolved, anno 2002) che un certo suono poteva piacere al pubblico; ma d’altro canto raro ascoltare un gruppo giovane tanto scaltro a titillare il gusto medio, con un calibrato mix di beat degli angeli e para grunge da strada, dai Beatles agli Oasis ai giorni nostri passando per Nirvana e (siamo in Australia) Hoodoo Gurus.

I maliziosi fanno notare che perfino certi titoli si assomigliano, e Rob Schnapf non era già stato il loro produttore? Tutto vero, ma intanto l’ascolto non è sgradevole e non stupitevi se certe canzoni come Get Out, He’s A Rocker, Hey vi resteranno impigliate nelle orecchie più tempo di quanto avreste voluto. Dieta sonora a stecchetto, impeccabile/implacabile sequenza di brani fast/slow con orologio finale a 32 minuti e 44, come un vecchio vinile garage. A un certo punto Jamola spezza il ritmo con 58 secondi di estemporaneo noise; immediatamente dopo, a bilanciare, True As The Night dà ragione al titolo dell’album con una tisana calda di chitarre acustiche e archi che gallaghereggia per 6 minuti.

Riccardo Bertoncelli

Musica: Life Death Love And Freedom di John Mellencamp

Viviamo giorni cupi e questo disco non li contrasta, anzi: delle quattro enormi parole strillate nel titolo, la più forte e presente è proprio “death”, “morte”, un termine che non solo ricorre nei testi a cominciare dai titoli (If I Die Sudden, Don’t Need This Body) ma proprio condiziona l’ascolto, stabilisce il clima. Ma non pensate a un disco depresso, asfissiante. Dalle sue incertezze, dal suo pessimismo, il vecchio cult hero trae omeopaticamente qualcosa di bello e influente, accompagnandoci in un viaggio di musica tra i più affascinanti degli ultimi mesi.

Mellencamp in vita sua ha registrato molto e con varietà. è stato genuino, finto, esagerato, sotto le righe, e  per fermarci agli ultimi anni ha alternato vitalismo sfrenato (Cuttin’ Heads), una specie feroce di sobrietà (Trouble No More) e slanci american un po’ di maniera (Freedom’s Road). Questa volta ha scelto di stare nel guscio, pochi pensieri ficcanti, schiuma di musica concentrata, e in questo senso il riferimento più attendibile è Trouble No More. T Bone Burnett lo ha aiutato con una produzione scarna fino alla scomodità: suoni asciutti, molto vintage, pochi ricami strumentali e assoluta centralità della voce – lingua pelosa, gola ruvida, Dylan Cash Guy Clark più che Springsteen.

Canzoni belle da inquietare: Longest Day, Young Without Lovers e a quella For The Children che prepara la chiusura del disco com’è giusto che sia, nel segno non della speranza cieca ma del dubbio. “Vorrei darvi una risposta…/ vorrei vedere il futuro/ come vedo il passato/ e trarre una conclusione…/ ma non mi viene neanche una supposizione/ un pensiero per quanto spontaneo/ posso solo fare del mio meglio, ecco quanto/ ed essere grato per quello che ci è stato dato”.

Riccardo Bertoncelli

Musica: Everything That Happens Will Happen Today di Brian Eno/David Byrne

Davvero sono giorni strani se un disco come questo, atteso da anni e a un certo punto nemmeno più sognato, tanto pareva impossibile, esce alla chetichella nel web (seguiranno edizioni fisiche anche de luxe, nei negozi). Ad ogni modo Eno e Byrne sono ridiventati amici, dopo il litigio famoso proprio in occasione del loro album insieme, My Life In The Bush Of Ghosts, e una sera a cena, così raccontano, hanno deciso di riprovare. Senza una precisa strategia, affidandosi alla sorte; Eno aveva degli scampoli di musica che non sapeva bene come usare, Byrne si è offerto di scriverci dei testi e di cantarli. Così, “senza impegno, solo se siamo convinti”, è venuto quest’album.

Toglietevi dalla testa quell’antico incantesimo, siamo da tutt’altra parte; e dimenticate anche i primi Talking Heads, il Byrne allucinato e fa-fa-fa-fa. Con un paio giusto di eccezioni, i dieci brani dell’album sono della specie byrniana più recente, canzoni dall’ampia melodia e dal delicato portamento, tipo Look Into The Eyeball, tipo Growing Backwards. Il signor B si è divertito a scriverle perché, spiega, ha potuto confrontarsi con accordi e modi di composizione profondamente diversi dai suoi, badando all’emozione più che alla tecnica. “Sono pezzi semplici, temi che sgorgano dal cuore senza cadere nel luogo comune”. Eno, dal canto suo, parla di “gospel elettronico”; quello gli sembra che sia venuto, un disco di pezzi con l’intensità di una predica religiosa, incentrati sul canto ma immersi in un insolito pneuma di suoni digitali. Niente di complicato però, sia chiaro: “volevo una musica che fosse invitante, che offrisse uno spazio comodo a chi ascolta.”

Un album molto piacevole, elegante, con il bonus di quel paio di eccezioni che dicevamo prima: I Feel My Stuff vibra su un pianoforte dislessico che è una delizia, Poor Boy è una felice regressione nel mondo delle Teste nevrotiche.

Riccardo Bertoncelli

Musica: Easy Come, Easy Go di Marianne Faithfull

Hal Willner produsse una ventina d’anni orsono Strange Weather e Blazing Away, due degli album più influenti e meglio ricordati di Marianne Faithfull, quelli che la convinsero di avere trovato la strada giusta dopo anni difficili. Oggi il sodalizio si ricompone, per un album scintillante che peraltro non suona come nelle speranze. Marianne è un culto, Willner anche, difficile che sbaglino repertorio, impossibile che non si accompagnino a musicisti bravi e importanti. Eppure, nonostante un quaderno di standard antichi e moderni, la sorpresa di Morrissey con Brian Eno, di Ellington e Dolly Parton, la presenza di Marc Ribot, Greg Cohen e il meglio della scena di New York, e le foto d’autore di Jean Baptiste Mondino, c’è qualcosa che non va. Forse un tono troppo sussiegoso, forse la voce che a tratti boccheggia e cade affranta, o i ritmi laschi che distraggono. Siamo in un bel salone di musica, con padroni di casa affascinanti, ma non si accende la scintilla, la festa non parte. Il paragone con Strange Weather, in teoria un valore aggiunto, diventa ostacolo e imbarazzo.

Fiutando l’aria, credo di essere in minoranza; ci sono tante luci in questo disco, e ospiti giusti come Nick Cave, Keith Richards, Rufus Wainwright, Cat Power, Sean Lennon – sentirete quanti “oooh!” di meraviglia. Ma anche gli specchietti fanno luce e, sia detto senza malizia, perché disonesti non sono né Marianne né Willner, questo è un disco di specchietti più che di pietre preziose. Un album teorico che non è riuscito a crescere oltre le buone intenzioni. Ascoltate Ooh Baby Baby, giusto per fare un esempio, quando mi hanno dato il promo (in vinile!) sono corso ad ascoltarlo da innamorato cotto – è uno dei miei slow preferiti di tutti i tempi, la “canzone romantica perfetta”. Ciò che ho scritto è figlio anche della delusione quando ho ascoltato quel chissà-che-cosa.

Riccardo Bertoncelli

In edicola Linus di novembre

ANNO XLIV NUMERO 11 (524) NOVEMBRE 2008

SCRITTI
STALIN IN AMERICA di Giorgio Galli
ANCHE L’ECONOMIA E’ UN RACCONTO di Giampaolo Spinato
LO SVINCOLO DELLE ‘NDRINE di Francesco Forgione
NUOVA GENERAZIONE ULTRAS di Pippo Russo
CEDO CANE PERCHE’ MORTO di Catone&Lorentz
CELLULARE DELLE MIE BRAME di Monica Maggi
LABORATORIO esordienti a cura di Matteo B. Bianchi
Rabbia percepita di Andrea Ferrari

FUMETTI
4      Peanuts di Charles M. Schulz
10    Doonesbury di Garry B. Trudeau
26    Marassi di Riccardo Marassi
28    Poveracci di Stefano Disegni
30    Pupilla di Giuseppe Culicchia
42    “Nonna è morta!” di Ralf König
48    Monty di Jim Meddick
62    Perle ai porci di Stephan Pastis
70    Cul de Sac di Richard Thompson
90    Lei si fa i film di Danilo Maramotti e Carolina Cutolo
92    Dilbert di Scott Adams
107  Get Fuzzy di Darby Conley

RUBRICHE

Digital graffiti di Walter Molino
I luoghi dell’anima di Piero Gelli
Shorts di Matteo B. Bianchi
Fumetti di Michele R. Serra
Il Blog di Richard Thompson di Diego Ceresa
Musica di Riccardo Bertoncelli
Teatro di Renato Palazzi
Cinema di Filippo Mazzarella
Arte di Francesca Pasini
Fotografia di Angela Madesani
Scherzi da Peres di Ennio Peres
Ovalia di Marco Pastonesi

In edicola Linus di ottobre

ANNO XLIV NUMERO 10 (523) OTTOBRE 2008

SCRITTI
SERVE UN’ETICA PUBBLICA di Francesco Forgione
DA STALIN A D’ALEMA di Giorgio Galli
IL BLOG DI RICHARD THOMPSON a cura di Diego Ceresa
SI FA MA NON SI VEDE di Monica Maggi
THIRD LIFE di Pippo Russo
L’EDIPO ROVESCIATO di Giampaolo Spinato
CEDO CANE PERCHÉ MORTO di Catone&Lorentz
LABORATORIO ESORDIENTI a cura di Matteo B. Bianchi Bambino tonto # 19, 83, 167 di Simone Cireddu

FUMETTI
Perle ai porci di Stephan Pastis
Wargame! di Stefano Disegni
Men in black 2 di Riccardo Marassi
Pupilla di Giuseppe Culicchia
Doonesbury di Garry B. Trudeau
Cul de Sac di Richard Thompson
Dilbert di Scott Adams
Angelo custode Srl” di Ralf König
Monty di Jim Meddick
Peanuts di Charles M. Schulz
Lei si fa i film di Danilo Maramotti e Carolina Cutolo
Get Fuzzy di Darby Conley
“Volare” di Alberto Rebori

RUBRICHE

Digital graffiti di Walter Molino
I luoghi dell’anima di Piero Gelli
Shorts di Matteo B. Bianchi
Fumetti di Michele R. Serra
Cinema di Filippo Mazzarella
Teatro di Renato Palazzi
Musica di Riccardo Bertoncelli
Fotografia di Angela Madesani
Scherzi da Peres di Ennio Peres
Ovalia di Marco Pastonesi