Musica: Taj Mahal – Maestro
Un disco di Taj Mahal è sempre un piacere ma questo è proprio speciale. Il vecchio gentleman festeggia i quarant’anni in discografia con un album che compendia la sua arte: blues, reggae, rock and roll, Africa e New Orleans strettamente intrecciati, con l’intervento di nobili amici dai quattro angoli della scena. C’è Ben Harper a duettare in un brano, Ben Harper che non era ancora nato quando Mahal cominciò a frequentare Ry Cooder e la scena alternativa West Coast, unico nero in quella cerchia di svitati bianchi;
e Ziggy Marley, anche lui sulle ginocchia di Giove quando l’artista nel 1969 pubblicava il suo capolavoro, Giant Step/De Ole Folks at Home, e Ivan Neville con i più attempati boys del New Orleans Social Club, i Los Lobos, gli amici della Phantom Blues Band.
Una festa di musica, con molti originali e altrettante cover, con una contagiosa Scratch Back che surriscalda subito l’atmosfera e Further Down on the Road, Hello Josephine, Diddy Wah Diddy. In Zanzibar fa un cameo Angelique Kidjo, accompagnata dalla chitarra del leader e dalla kora di Toumani Djabate – questa nera pianta ha radici in Africa, nel deserto del Sahara, come anni fa aveva già raccontato Martin Scorsese con le immagini di From Mississippi to Mali.
Taj Mahal – Maestro – Heads Up-Egea
Riccardo Bertoncelli






Vignette di Danilo Maramotti
Illustrazione di Danilo Maramotti
Come si sopravvive a un’infanzia vissuta da bambina prodigio e divetta televisiva? Sabrina Mannucci, cantante-rivelazione dello Zecchino d’Oro nel 1977, trent’anni più tardi è un’insegnante frustrata, un’amante insoddisfatta e una donna rancorosa, incapace di accettare che la vita adulta non abbia mantenuto le promesse della fanciullezza. E sullo sfondo della sua vicenda immaginaria quella di tanti veri bambini celebri del passato recente del nostro Paese (da Andrea Balestri a Giusva Fioravanti, ad Alfredino). Un romanzo di acida sociologia pop, quasi una storia dell’Italia attraverso i riflessi del piccolo schermo, uno schermo in grado di creare sia mostri che vittime, a volte racchiudendoli nella stessa figura. Teresa Ciabatti, scrittrice e sceneggiatrice, scrive un libro convincente e crudele, dove non è difficile trovare tracce del passato di ognuno di noi.
Uscita sotto l’egida della Marvel (la defunta, eccezionale collana Epic Comics) nel 1985, questa miniserie si fregia del pomposo sottotitolo L’ultima parola sui supereroi. Con il senno di poi possiamo dirlo: non è stato così.
Il 29 aprile 1967, all’Alexandra Palace (Ally Pally per i londinesi), si tenne un raduno di giovani musicisti di tendenza che degenerò in letizia in un rave durato un giorno e una notte. Fu un trionfo delle arti nuove e della cultura psichedelica, e un ideale passaggio musicale dal beat ai suoni “progressivi”; non sparivano di scena gli Stones, i Who, i Beatles (e John Lennon era presente, in afghan coat e occhialini) ma una nuova generazione reclamava spazio e dettava la linea, con i suoni astrali e le oblique fantasie di Pink Floyd, Soft Machine, Crazy World of Arthur Brown, Pretty Things, Tomorrow.
L’idea di incentrare l’intero ultimo festival di Venezia su ogni sorta di riscritture goldoniane si era rivelata proficua: reinventare, ricreare totalmente (e provocatoriamente) un testo può essere meglio che proporne un’interpretazione forzata, e dal progetto di Maurizio Scaparro erano emerse alcune proposte particolarmente interessanti. Fra queste, una commedia insolita, poco frequentata,
Tutto si può dire di Shooting War, tranne che non sia un prodotto moderno, con tutti i crismi. Nasce infatti su internet un paio d’anni fa, realizzato dagli autori per il sito di Smith, periodico americano di narrativa. Il web comic – già candidato al prestigioso Eisner Award nella sua categoria, e ancora disponibile online – altro non è che una versione grezza (beta, se preferite) del graphic novel che è arrivato in Italia in tempo per precedere, pur se di poco, le elezioni americane. Non si tratta di una pura coincidenza: letta prima dell’elezione di Obama questa storia faceva un po’ più paura, visto che è ambientata in un vicino futuro (2011, per la precisione) e prevede l’elezione di John McCain a presidente degli Stati Uniti. Dunque, oggi possiamo seguire con minore angoscia le avventure del blogger d’assalto Jimmy Burns in Iraq, e goderci l’efficace caricatura dei media americani messa in piedi dagli autori Anthony Lappé e Dan Goldman.
Nel 1942, durante la II Guerra mondiale, un marinaio russo è costretto a uccidere un compagno per salvarsi la pelle dopo che un sottomarino tedesco ne ha bloccato il rimorchiatore sul Mar Bianco. Trenta e rotti anni dopo, l’uomo si ritrova nelle vesti di improbabile guaritore nell’isola su cui sorge un monastero ortodosso che sta per essere visitato da un ammiraglio con figlia “posseduta” dal demonio. Passato a Venezia e regolarmente dimenticato: forse perché i pochi che da noi apprezzavano gli eccessi del cinema sin qui urlato di Lungin (
Per mettere subito in chiaro che questo Pinocchio non ha nulla a che fare con un’innocua fiaba per bambini, la regista Maria Grazia Cipriani apre il suo spettacolo con un’immagine violenta, quella di due corpi seminudi che, in una specie di arena da tori o da gladiatori, combattono un’aspra lotta per la vita: i due sono Pinocchio stesso, divenuto un asinello dopo il viaggio nel paese dei Balocchi, e il padrone del circo, armato di una frusta. Ma in senso lato essi incarnano l’eterno scontro tra carnefice e vittima, che fa da filo conduttore all’intera messinscena.