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Musica: Taj Mahal – Maestro

Un disco di Taj Mahal è sempre un piacere ma questo è proprio speciale. Il vecchio gentleman festeggia i quarant’anni in discografia con un album che compendia la sua arte: blues, reggae, rock and roll, Africa e New Orleans strettamente intrecciati, con l’intervento di nobili amici  dai quattro angoli della scena. C’è Ben Harper a duettare in un brano, Ben Harper che non era ancora nato quando Mahal cominciò a frequentare Ry Cooder e la scena alternativa West Coast, unico nero in quella cerchia di svitati bianchi;
e Ziggy Marley, anche lui sulle ginocchia di Giove quando l’artista nel 1969 pubblicava il suo capolavoro, Giant Step/De Ole Folks at Home, e Ivan Neville con i più attempati boys del New Orleans Social Club, i Los Lobos, gli amici della Phantom Blues Band.
Una festa di musica, con molti originali e altrettante cover, con una contagiosa Scratch Back che surriscalda subito l’atmosfera e Further Down on the Road, Hello Josephine, Diddy Wah Diddy. In Zanzibar fa un cameo Angelique Kidjo, accompagnata dalla chitarra del leader e dalla kora di Toumani Djabate – questa nera pianta ha radici in Africa, nel deserto del Sahara, come anni fa aveva già raccontato Martin Scorsese con le immagini di From Mississippi to Mali.

Taj Mahal Maestro – Heads Up-Egea

Riccardo Bertoncelli

Opposti dogmatismi: L’Edipo rovesciato di Giampaolo Spinato

Vignette di Danilo Maramotti

L’Italia è un Paese per vecchi, dove i Padri, siano essi naturali o metaforici, hanno messo a punto una raffinata gamma di stategie per “fare fuori” i propri eredi

Ci ha messo  una manciata di millenni, anno più anno meno, ma alla fine, con un po’ di applicazione, il padre di Edipo pare aver trovato il bandolo della matassa. Tutto comincia col famoso oracolo di Delfi che non gli lascia scampo. Laio, re di Tebe, figlio di Labdaco e sposo di Giocasta, vuole diventare padre. Ma il giorno in cui interroga l’oracolo, lamentandosi per la sterilità del proprio matrimonio, lo sventurato viene a sapere che la presunta sua disgrazia è, viceversa, un previdente dono degli dei. Nella loro infinita magnanimità e lungimiranza, negandogli fino a quel momento la gioia di una prole, gli hanno risparmiato un destino cinico e baro.

Qualora avesse avuto un figlio, infatti, questi lo avrebbe ucciso. E, per non fargli mancar niente, o forse perché senza infrangere un tabù come l’incesto non sussisterebbe il mito, la profezia aggiungeva che l’agognato giovane virgulto avrebbe copulato con la madre Giocasta, cioè la moglie di Laio. Messo sull’avviso, come biasimarlo, Laio ripudia la consorte. Non ci sarà nessuna gravidanza, neanche isterica, pensa. Ma la donna non ci sta e, dopo averlo ubriacato, si giace col legittimo marito in un amplesso durante il quale, manco a dirlo, concepisce Edipo, cioè quel figlio che realizzerà fino all’autoaccecamento tutti gli orrori della profezia.
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Libri: Teresa Ciabatti – I giorni felici

Come si sopravvive a un’infanzia vissuta da bambina prodigio e divetta televisiva? Sabrina Mannucci, cantante-rivelazione dello Zecchino d’Oro nel 1977, trent’anni più tardi è un’insegnante frustrata, un’amante insoddisfatta e una donna rancorosa, incapace di accettare che la vita adulta non abbia mantenuto le promesse della fanciullezza. E sullo sfondo della sua vicenda immaginaria quella di tanti veri bambini celebri del passato recente del nostro Paese (da Andrea Balestri a Giusva Fioravanti, ad Alfredino). Un romanzo di acida sociologia pop, quasi una storia dell’Italia attraverso i riflessi del piccolo schermo, uno schermo in grado di creare sia mostri che vittime, a volte racchiudendoli nella stessa figura. Teresa Ciabatti, scrittrice e sceneggiatrice, scrive un libro convincente e crudele, dove non è difficile trovare tracce del passato di ognuno di noi.

Teresa CiabattiI giorni felici – Mondadori – Pagg. 318, euro 16,50

Matteo B. Bianchi

Fumetti: Rick Veitch – The One

Uscita sotto l’egida della Marvel (la defunta, eccezionale collana Epic Comics) nel 1985, questa miniserie si fregia del pomposo sottotitolo L’ultima parola sui supereroi. Con il senno di poi possiamo dirlo: non è stato così.
Anzi, negli anni Ottanta i supereroi sono stati il centro della rivoluzione copernicana del fumetto d’oltreoceano. Mica rose e fiori, intendiamoci, ma tempi duri: scrittori e disegnatori sembravano divertirsi a fare il tiro al piccione contro quelle povere cappe svolazzanti. Appena successivi a The One sono infatti le opere seminali di Frank Miller e Alan Moore, il Ritorno del cavaliere oscuro e Watchmen; pagine ribollenti di furore iconoclasta. Rick Veitch è di fatto pioniere e precursore di quel rinascimento anglosassone, non stupisce dunque che abbia poi stretto un fruttuoso sodalizio proprio con Moore, sulle pagine dello Swamp Thing della Dc Comics.

The One è una storia di supereroi in cui, di übermenschen, ce ne sono davvero pochi: giusto due o tre supersoldati geneticamente modificati, tipi assolutamente psicotici. Ma i supereroi sono più che altro una scusa, per dare forma narrativa allo spirito ansioso di un’epoca, segnata dalla guerra fredda e dallo spettro di una possibile guerra nucleare, della fine del mondo.
Un racconto che procede per visioni (a volte anche un po’ confuse), alternando momenti drammatici e ironia nera.

Rick VeitchThe One – Comma 22 – pagg. 192, euro 17,00

Michele R. Serra

Musica: A Technicolor Dream – Stephen Gammond

Il 29 aprile 1967, all’Alexandra Palace (Ally Pally per i londinesi), si tenne un raduno di giovani musicisti di tendenza che degenerò in letizia in un rave durato un giorno e una notte. Fu un trionfo delle arti nuove e della cultura psichedelica, e un ideale passaggio musicale dal beat ai suoni “progressivi”; non sparivano di scena gli Stones, i Who, i Beatles (e John Lennon era presente, in afghan coat e occhialini) ma una nuova generazione reclamava spazio e dettava la linea, con i suoni astrali e le oblique fantasie di Pink Floyd, Soft Machine, Crazy World of Arthur Brown, Pretty Things, Tomorrow.

Questo documentario ruba il titolo all’evento e propone immagini peraltro già viste di quella fantastica serata; ma, ecco il bello, non si ferma lì e intorno costruisce una storia ricca e articolata della Londra underground di quei tempi, città non più yè yè e Mary Quant ma sotto l’influsso di locali carbonari (l’Ufo Club, il Middle Earth), riviste alternative (IT, Oz), utopiche fondazioni (la London Free School). Bello ed emozionante vedere Syd Barrett con la testa ancora accesa, colorato dagli oli psichedelici dei primi light shows, ma anche Allen Ginsberg che arringa la folla della Royal Albert Hall all’International Poetry Reading del 1965, e rare immagini del Carnevale di Notting Hill ben prima che i Clash lo immortalassero in White Riot.

Il rosario dei ricordi è sgranato senza noia dai protagonisti dell’epoca, non tutti tenuti benissimo: Barry Miles, sempre molto lucido, Joe Boyd, John “Hoppy” Hopkins, che un soggiorno nelle regie galere mise fuori gioco, Kevin Ayers (che ti è successo Kevin? – dillo ai tuoi amici!), Phil May. Uno dei fili forti della trama è la breve stagione folgorante di Syd Barrett, raccontata con un po’ di luoghi comuni ma neanche troppi dal cinico Roger Waters e dal sempre signorile Nick Mason. Potrebbe bastare, ma c’è  anche un bonus con i clip originali di Astronomy Domine, Scarecrow e Arnold Layne – anche i floydiani più scettici si arrenderanno.

A Technicolor Dream Stephen Gammond - Eagle Vision-DVD

Riccardo Bertoncelli

Teatro: Pierpaolo Sepe – Il feudatario

L’idea di incentrare l’intero ultimo festival di Venezia su ogni sorta di riscritture goldoniane si era rivelata proficua: reinventare, ricreare totalmente (e provocatoriamente) un testo può essere meglio che proporne un’interpretazione forzata, e dal progetto di Maurizio Scaparro erano emerse alcune proposte particolarmente interessanti. Fra queste, una commedia insolita, poco frequentata, Il feudatario, sottoposta allo spietato intervento della giovane Letizia Russo, svelava un Goldoni che davvero non ti aspetteresti, e che infatti somiglia ben poco all’autore de La locandiera.

Nel testo originale, un giovane eredita dal padre una tenuta che legittimamente toccherebbe a una fanciulla spiantata: la madre del ragazzo risolve la controversia facendoli sposare. Nella rielaborazione della Russo, l’ameno paesaggio agreste si trasforma in una metaforica fabbrica di merda che richiama forse le discariche e i traffici di rifiuti tossici gestiti dalla malavita. Così, il vecchio proprietario era probabilmente un “padrino” morto ammazzato, l’amministratore è un brutale capocosca e gli ingenui campagnoli diventano degli spietati picchiatori.

Tra coiti orali e legami incestuosi, il regista Pierpaolo Sepe fa di questa farsa nera, cupa e graffiante una livida parabola brechtiana sul puro esercizio del potere, su una smania di comandare che prescinde dall’oggetto in sé sul quale si comanda, in questo caso un mucchio di sostanza organica inutile e maleodorante. Florindo, benché figlio del boss, non ne ha la stoffa, e – guidato da una specie di Arlecchino demoniaco, che ne incarna la coscienza oscura – vorrebbe tirarsene fuori, ma la perfida alleanza fra le due donne lo inchioda senza speranza al suo destino.

Pierpaolo SepeIl feudatario – di Carlo Goldoni Milano

Renato Palazzi

Fumetti: Anthony Lappé/Dan Goldman – Shooting War

Tutto si può dire di Shooting War, tranne che non sia un prodotto moderno, con tutti i crismi. Nasce infatti su internet un paio d’anni fa, realizzato dagli autori per il sito di Smith, periodico americano di narrativa. Il web comic – già candidato al prestigioso Eisner Award nella sua categoria, e ancora disponibile online – altro non è che una versione grezza (beta, se preferite) del graphic novel che è arrivato in Italia in tempo per precedere, pur se di poco, le elezioni americane. Non si tratta di una pura coincidenza: letta prima dell’elezione di Obama questa storia faceva un po’ più paura, visto che è ambientata in un vicino futuro (2011, per la precisione) e prevede l’elezione di John McCain a presidente degli Stati Uniti. Dunque, oggi possiamo seguire con minore angoscia le avventure del blogger d’assalto Jimmy Burns in Iraq, e goderci l’efficace caricatura dei media americani messa in piedi dagli autori Anthony Lappé e Dan Goldman.

Due parole su di loro: il primo è fondatore della Guerrilla News Network, associazione che si occupa di promuovere l’informazione indipendente sul web e in tv; il secondo invece, a giudicare dalle tavole di questo libro, si direbbe un illustratore con molta voglia di sperimentare. Goldman disegna in digitale con una penna ottica, sovrapponendo i personaggi cartoon a sfondi fotografici: il risultato è un fumetto dall’aspetto insolitamente tecnologico. Peccato che questo scatto formale non sia, nei fatti, molto riuscito: fotografia “trattata” e forme disegnate non si amalgamano (anche se, certo, è una questione di gusti). E poi, rimane l’imprecisione di molti passaggi narrativi.

Anthony Lappé/Dan GoldmanShooting War - Isbn edizioni – pagg. 192, euro 27,00

Michele R. Serra

Cinema: I film che bisogna andarsi a cercare – L’isola-Ostrov

Nel 1942, durante la II Guerra mondiale, un marinaio russo è costretto a uccidere un compagno per salvarsi la pelle dopo che un sottomarino tedesco ne ha bloccato il rimorchiatore sul Mar Bianco. Trenta e rotti anni dopo, l’uomo si ritrova nelle vesti di improbabile guaritore nell’isola su cui sorge un monastero ortodosso che sta per essere visitato da un ammiraglio con figlia “posseduta” dal demonio. Passato a Venezia e regolarmente dimenticato: forse perché i pochi che da noi apprezzavano gli eccessi del cinema sin qui urlato di Lungin (Taxi Blues, ma anche Le nozze e Oligarch) si sarebbero sentiti “traditi” da uno stile contemplativo e meditante (la prima parte) che si scioglie nel surreale (la seconda) senza smettere di farsi domande sull’assenza/presenza di Dio nelle cose del mondo e omaggiando addirittura Larisa Sepitko. O più semplicemente, perché ormai la visibilità del cinema fuorischema è stata brutalmente azzerata proprio dallo  stesso pubblico che vent’anni fa ancora cercava e oggi s’accontenta di trovare midcult precotti. Fatto sta che. Eccetera. E sempre meglio che ritrovarsi a noleggiare Pranzo di ferragosto.

L’isola-Ostrov – di Pavel Lungin – (Russia, 2006) – DVD, San Paolo

Filippo Mazzarella

Teatro: Pinocchio di Maria Grazia Cipriani

Per mettere subito in chiaro che questo Pinocchio non ha nulla a che fare con un’innocua fiaba per bambini, la regista Maria Grazia Cipriani apre il suo spettacolo con un’immagine violenta, quella di due corpi seminudi che, in una specie di arena da tori o da gladiatori, combattono un’aspra lotta per la vita: i due sono Pinocchio stesso, divenuto un asinello dopo il viaggio nel paese dei Balocchi, e il padrone del circo, armato di una frusta. Ma in senso lato essi incarnano l’eterno scontro tra carnefice e vittima, che fa da filo conduttore all’intera messinscena.

Il Teatro del Carretto, come ben sa chi ne segue il lavoro da anni, non cerca mai un impatto rassicurante coi testi che rappresenta: l’iniziale esperienza della compagnia con sinistri fantocci e cupe bambole viventi, poi in parte superata, si è tradotta in una singolare capacità di evocare i mostri della psiche: e una sorta di buio viaggio nell’inconscio è in effetti questa interpretazione della vicenda collodiana, dove tutti i personaggi maschili, Geppetto, Mangiafuoco, il padrone del circo, rimandano all’archetipo del padre autoritario, mentre la fata è un’invadente figura materna.

Dall’ingresso sul fondo irrompono senza tregua apparizioni da incubo, neri becchini, mostruose creature dai tratti animaleschi, e un Omino di Burro che ha l’aspetto di un viscido pedofilo. Tutti gli episodi della storia di Pinocchio, dai piedi in fiamme alla macabra impiccagione, sono ripercorsi come in un sogno angoscioso.
Alla fine, quando il protagonista è diventato un uomo adulto, tutto questo teatrino interiore si immobilizza per un attimo. Poi si rimette prontamente in moto attorno a un nuovo, minuscolo burattino fatalmente condannato a subire la sorte del precedente.

Pinocchio di Maria Grazia Cipriani – Roma – Teatro India – 16–21 dicembre

Renato Palazzi