Laboratorio esordienti
A cura di Roberta Vasario e Gianluca Pallaro – Scuola Holden – Torino
Anna è tutto il contrario del karate
di Antonio Marzotto
Illustrazioni di Marco Cazzato
1. Niente è più letale della gru
Il mio amico Sergio sapeva delle mosse segrete che non voleva farmi vedere perché poteva usarle solo per difendersi. Io, che non avevo il coraggio di sfidarlo e testarne su di me gli effetti micidiali, speravo avidamente che qualcuno, in bagno, all’uscita da scuola o in classe durante la ricreazione, gli allungasse un calcio o un pugno o anche solo una spinta, ma nessuno osava litigare con il mio amico Sergio. Perché lui era cintura gialla.
La frenesia di iscrizioni ai corsi di karate che imperversò in seconda elementare fu originata più o meno direttamente dalla visione di Karate kid in tv.Il giorno dopo se ne faceva un gran parlare. Tutti volevano assolutamente imparare il colpo della gru (forse era quella la mossa segreta di Sergio) e sconfiggere i cattivi che erano proprio cattivissimi perché, oltre a non usare il karate solo per difendersi, andavano in moto e indossavano giubbotti di pelle e prendevano in giro Daniel-San e il maestro Miyagi.
Ricordo bambini sui banchi che tiravano calci in bilico su un piede solo, altri che davano la cera e toglievano la cera, si diceva che qualcuno avesse persino organizzato piccoli combattimenti clandestini nel bagno dei maschi. Tornando a casa, eccitatissimo, decisi che era giunto il momento di chiedere ai miei genitori se potevano iscrivermi allo stesso corso che frequentava Sergio. Mio padre ascoltò in silenzio mentre esponevo le mie valide ragioni, poi mi mise una mano sulla spalla e disse: “Se scopro che lo usi per fare a botte vengo a prenderti personalmente per la collottola”.
Al di là delle reali possibilità fisiche che una persona possa sollevare da terra un’altra in quel modo bizzarro, l’espressione prendere per la collottola evocava in me, ogni volta, un’immagine che bastava da sola a mettere in chiaro le cose.Lo rassicurai, pensando che avrei malmenato, se proprio costretto, solo uno dei cattivi in moto con il giubbotto di pelle.Mio padre mi guardò corrugando la fronte e uscì. Io fremevo e pensavo al maestro Miyagi e a quel suo essere giusto e severo e ironico, tipico, così credevo, di ogni buon maestro di arti marziali che si rispetti.Mia sorella, che aveva origliato la conversazione dall’altra stanza, entrò in cucina con fare da volpe.“Così vai a fare karatè?” (Con l’accento, tipico delle femmine).
“Karate.”“È lo stesso.”Prese fiato attraverso l’apparecchio per i denti che io chiamavo “il baffo”.“Tu ci vai solo perché vuoi diventare come karatè kid.”Niente di più vero, ma non lo avrei ammesso neanche sotto tortura.Mi guardò ancora un po’ con un’espressione indecifrabile e sgusciò via.Anni dopo riuscii a dare un senso a quello sguardo. Lei era più grande di me di due anni: io ne avevo sette, lei nove. Era più alta di me e più scaltra di me. Litigavamo spesso e capitava che un litigio degenerasse in lotta senza esclusione di colpi.Io perdevo sempre. Quello che aveva quel giorno era lo sguardo di una regina spodestata dal giullare di corte. In quel preciso momento, infatti, realizzò che se io avessi imparato qualche mossa segreta avrei potuto usarla su di lei. Se lo avessi capito subito l’avrei rassicurata. Dopo tutto io non ero un cattivo in moto con il giubbotto di pelle. Ero come Daniel-San.Ero Daniel-San.
2. Il cinema è un vecchio buontempone
Ci sono dei momenti dell’infanzia che uno non dimenticherà mai. Sono momenti rari, preziosi e spietati, come diamanti incandescenti.E non sto parlando di sciocchezze come il pomeriggio di luglio in cui ti accorgi di aver percorso cinque metri con la tua Bmx senza rotelle e di non esserti sfracellato al suolo, o quando tuo padre (strategicamente barricato dietro ad un vocabolario medico) e tua madre (con le guance dello stesso colore della mela che sta sbucciando troppo meticolosamente) ti spiegano in cosa consista più o meno un rapporto sessuale, o quando capisci che la bisnonna che odorava di sapone di Marsiglia e pipì non possedeva nel cassetto del comò la magica medicina della vita eterna, perché molto probabilmente non esiste né l’una né l’altra.No, niente di tutto questo può incidere chirurgicamente la membrana calda che avvolge gli anni della spensieratezza, scavando e depositando il seme di un ricordo che rimarrà integro e vivo nel corso del tempo.
Sto parlando di istanti rivelatori in cui capisci ad esempio che il cinema, il cinema maledizione, non è altro che un vecchio arteriosclerotico che ti sta prendendo in giro strizzandoti le guance con due dita, blaterando giochi di parole senza senso e sbavando dagli angoli della bocca rugosa. E la cosa più allucinante è che in questo vecchio pazzo tu avevi creduto con tutte le forze. Gli avevi dato carta bianca e avevi detto: “Qualsiasi cosa dirai io ti crederò, vecchio buontempone che non sei altro”.Ma questo ancora non potevo saperlo, mentre entravo nell’erboristeria accanto alla palestra e chiedevo al negoziante un kimono e una cintura bianca e lui domandava: “Judo o karate?” con l’aria annoiata di chi vorrebbe essere altrove a fare altro, cioè tutto il contrario di me.
E poi, alzando le sopracciglia: “Comunque si chiama karate-gi, giovanotto”.Non potevo saperlo mentre varcavo la soglia dello spogliatoio che sapeva di shampoo e sudore e vapore di docce e venivo tatticamente ignorato dalle cinture colorate che si davano un tono (proporzionalmente all’importanza del colore: gialle, arancioni, verdi blu, marroni) davanti allo specchio appannato, e salutato con un cenno rassicurante dalla Cintura Nera che se ne stava sulla panca nella posizione del loto.Volevo chiedergli se conosceva la mossa della gru ma l’alone di autorità che emanava mi teneva lontano come un campo antigravitazionale.
Sergio si pettinava in un angolo.“Ciao”, dissi.“Ciao”, disse, e si allontanò.Ci misi un po’ a capire come funzionasse il karate-gi e rimasi qualche minuto completamente solo dentro allo spogliatoio.
Dopo un po’ si affacciò Sergio.“Muoviti che sta iniziando. Raggiungici sul tatami.”Il tatami. Ebbi, e ho ancora oggi, la netta sensazione che ogni parola giapponese possieda un suono di imperturbabile perfezione cosmica.
Noi cinture bianche siamo emarginate. Gli altri, dopo una corsetta di riscaldamento, fanno le mosse, quelle vere. Magari non proprio la gru, ma sono comunque meravigliose. Si muovono tutti insieme, come un unico grande Daniel-San con venti teste. Sembra una danza, un rituale, una lotta rigorosa contro un nemico invisibile. Noi novellini non sappiamo bene come comportarci, qualcuno si tortura un lembo del karate-gi, qualcun altro fa dei versi strani con la bocca. Siamo una decina, siamo piccoli e gracili e abbiamo facce pallide come le nostre cinture. Il Maestro si avvicina. Noto subito che non è giapponese. Prima piccola delusione.Ci fa fare degli esercizi noiosissimi. Tipo: gamba sinistra e pugno destro in avanti, gamba destra e pugno sinistro e così via.Devo avere pazienza. Ma è un’ora che questa storia va avanti.Dov’è la cera? Dov’è la gru al tramonto? Dove sono i cattivi?
3. Anna è tutto il contrario del karate, ma ha un profumo buonissimo
Oggi compio tredici anni. Anna mi ha portato un dolcetto con una candelina azzurra. Soffio ma non si spegne. Soffio di nuovo ma niente da fare. La guardo negli occhi nocciola grandi come quelli dei cartoni animati e capisco il trucco. La candelina è di quelle che non si spengono. Puoi soffiare per due ore e svenire in debito d’ossigeno ma quella se ne starà lì, tremolante e perfettamente viva.Ridiamo un sacco di questo scherzo. A me non fa ridere, anzi mi sento un po’ stupido, ma lei si scompiscia da matti e allora io rido con lei perché non voglio che smetta. Certe persone non dovrebbero smettere mai di ridere.
Domani ho l’esame per la cintura nera. Il grande giorno. Saranno tutti lì, pronti e sudaticci, le mamme e i papà li divoreranno con gli occhi dagli spalti, stringendo le buste con le cinture nuove che sanno di erboristeria.
Ci saranno tutti. Tranne me.Sono due mesi che non mi alleno. Ho smesso? Non lo so.“Hai smesso?”, chiede mio padre corrugando la fronte.“Non lo so.”“Giovanotto, penso che tu abbia un po’ troppi grilli per la testa ultimamente.”Ecco un’altra espressione fulminante. I grilli per la testa. Rende benissimo. Ed è vero. Ho un po’ troppi grilli. Migliaia, miliardi di grilli. I miei grilli hanno tutti la risata e gli occhi nocciola di Anna.L’altro giorno mentre andavo a scuola ho incrociato il Maestro che sfrecciava sulla sua Vespa. Ha rallentato e ha detto:“Domani vieni ad allenarti?”Non c’era ombra di rimprovero nella voce roca.
“È importante.”“Va bene”, gli ho detto. Ma non sono andato.Forse ho smesso davvero. Lo so che non ha senso, a questo punto. Sono cintura marrone, domani potrei conquistare finalmente la nera. L’agognata nera. Ma è troppo tardi. I miei compagni non riescono a capire. Mi dicono: “Non puoi tirarti indietro proprio ora”. E invece purtroppo è così, cari miei.Voi non potete capire. Papà, non puoi capire, Maestro non puoi capire, Sergio non puoi capire. Neanche Daniel-San capirebbe. Già, perché lui vince il torneo e conquista pure la ragazza. Io invece devo scegliere. E ho già scelto.Anna non è colpa tua se non sarò mai cintura nera. Non è colpa tua. È colpa del tuo shampoo ai frutti tropicali. È colpa del bacio che mi hai dato sul pullman al ritorno dalla gita scolastica. Un bacio che sapeva di Big Babol fragola e panna.È colpa dei miei ormoni impazziti, probabilmente.
Hai voglia a insegnargli la disciplina orientale. Non imparerò mai il Kata del Sole. Quando eravamo nel cortile di scuola ho finto di saperlo a memoria. Tu battevi le mani e io ho avvertito un groppo in gola della grandezza approssimativa di un cocomero.È colpa mia, Anna. Quando ripenserò a te mi verranno in mente gli anni più belli e tristi e stupidi della mia vita. E la candelina dei miei tredici anni non si spegnerà mai.
Antonio Marzotto Nato a Pisa nel 1982 e cresciuto a Livorno, dove ha lavorato per una società di produzione video. Nel 2006 si laurea in Cinema e Immagine Elettronica all’Università di Pisa con l’adattamento cinematografico di un racconto di Borges e l’anno dopo si trasferisce a Torino per frequentare il biennio in Scrittura e Storytelling della Scuola Holden.Lavora come videomaker realizzando cortometraggi, documentari e videoclip e attualmente è alle prese con la sceneggiatura del suo primo lungometraggio.Alcuni suoi racconti appaiono su antologie cartacee (Giulio Perrone e Albus Edizioni), riviste online (Colla) e all’interno del progetto Jukebooks di Quintadicopertina.I suoi idoli letterari sono David Foster Wallace e certi altri scrittori americani con la montatura degli occhiali cool, mentre quelli cinematografici sono così tanti che farne una lista comporterebbe uno sforzo sovrumano.







