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Teatro: Pinocchio di Maria Grazia Cipriani

Per mettere subito in chiaro che questo Pinocchio non ha nulla a che fare con un’innocua fiaba per bambini, la regista Maria Grazia Cipriani apre il suo spettacolo con un’immagine violenta, quella di due corpi seminudi che, in una specie di arena da tori o da gladiatori, combattono un’aspra lotta per la vita: i due sono Pinocchio stesso, divenuto un asinello dopo il viaggio nel paese dei Balocchi, e il padrone del circo, armato di una frusta. Ma in senso lato essi incarnano l’eterno scontro tra carnefice e vittima, che fa da filo conduttore all’intera messinscena.

Il Teatro del Carretto, come ben sa chi ne segue il lavoro da anni, non cerca mai un impatto rassicurante coi testi che rappresenta: l’iniziale esperienza della compagnia con sinistri fantocci e cupe bambole viventi, poi in parte superata, si è tradotta in una singolare capacità di evocare i mostri della psiche: e una sorta di buio viaggio nell’inconscio è in effetti questa interpretazione della vicenda collodiana, dove tutti i personaggi maschili, Geppetto, Mangiafuoco, il padrone del circo, rimandano all’archetipo del padre autoritario, mentre la fata è un’invadente figura materna.

Dall’ingresso sul fondo irrompono senza tregua apparizioni da incubo, neri becchini, mostruose creature dai tratti animaleschi, e un Omino di Burro che ha l’aspetto di un viscido pedofilo. Tutti gli episodi della storia di Pinocchio, dai piedi in fiamme alla macabra impiccagione, sono ripercorsi come in un sogno angoscioso.
Alla fine, quando il protagonista è diventato un uomo adulto, tutto questo teatrino interiore si immobilizza per un attimo. Poi si rimette prontamente in moto attorno a un nuovo, minuscolo burattino fatalmente condannato a subire la sorte del precedente.

Pinocchio di Maria Grazia Cipriani – Roma – Teatro India – 16–21 dicembre

Renato Palazzi