Teatro di Renato Palazzi
Posted by redazione on Friday Nov 13, 2009 Under RubricheAscolta si fa serio
Dopo il modello di teatro civile “alla Paolini”, oggi il concetto comprende esperienze e modalità espressive diverse. Roberto Saviano, Giulio Cavalli, Belarus Free Theatre, tre esperienze accomunate dal fatto di rinunciare in vario modo alla raffinatezza dello stile per puntare all’evidenza dei contenuti
Della definizione di “teatro civile” si è a tal punto abusato da farla diventare vagamente stucchevole: ed è un vero peccato, perché questa categoria espressiva, che ha di per sé delle risonanze intellettualmente nobili – un’idea antica di polis, di collettività che si raccoglie attorno ai propri riti comunicativi – contiene al suo interno una varietà di forme e di stili diversi, una vasta gamma di possibili e spesso affascinanti declinazioni. C’è un teatro civile praticato da un solo attore monologante e c’è un teatro civile proposto da interi gruppi, c’è un teatro civile incentrato sul puro racconto e c’è un teatro civile che rappresenta delle vicende di senso compiuto costruite su dialoghi, azioni, personaggi.
Anni fa, dopo il successo del Vajont, si era imposta diffusamente – grazie anche alla bravura e al carisma del suo principale interprete – la tipologia preponderante della narrazione “alla Paolini”, che in qualche modo aveva finito per imporre uno schema, un modello costante che aveva dei ritmi, delle intonazioni, degli argomenti quasi fissi a cui ispirarsi: ed è stato quel modello che a un certo punto, applicato da troppi volonterosi epigoni, ha finito col diventare fatalmente ripetitivo, saturando il mercato. Oggi il concetto, per fortuna, si è esteso, comprende esperienze e modalità espressive diverse, unicamente accomunate dal fatto di rinunciare in vario modo alla raffinatezza dello stile per puntare soprattutto all’immediatezza, all’evidenza dei contenuti.
In un bunker opprimente, nel quale sono rinchiusi insieme gli attori e gli spettatori, un vecchiaccio logorroico e intollerante vive asserragliato dietro la porta del proprio appartamento, respingendo ossessivamente qualunque tentativo di intrusione del mondo esterno. Parlando febbrilmente nel suo linguaggio privo di sintassi, sincopato e maniacalmente ripetitivo, questo esemplare un po’ mostruoso della quotidianità più degradata se la prende con tutti, con gli immigrati, con la badante, con la vicina di casa, con chiunque interferisca nei suoi comportamenti gretti e avari.
Un potente e corrotto avvocato condannato dall’Aids, un giovane gay che non ha il coraggio di stare accanto al compagno minato dal virus, una coppia drammaticamente esemplare, in cui la donna è preda dei deliri causati dagli psicofarmaci, mentre l’uomo non riesce ad accettare la propria omosessualità: attraverso questa serie di storie incrociate, Tony Kushner – in Angels in America – rappresenta un poderoso affresco della società statunitense negli anni Ottanta, una società impasticcata, dominata dall’incertezza dei valori, dalla crisi di ogni identità politica, etnica, sessuale.
Il luogo è imprecisato ma siamo, probabilmente, nel contesto della Brescia odierna, città di squassanti tensioni multietniche, di latenti scontri fra le culture, di diffidenze e incomprensioni reciproche fra stranieri e residenti. A un’anziana signora dal carattere molto duro e incattivito, poco incline alla tenerezza soprattutto nei confronti dei figli, che lei giudica degli inetti, costoro decidono di affiancare una badante ucraina, con l’incarico di accudirla e più ancora di sorvegliarla, di tenerne sotto controllo le smemoratezze e le frequenti confusioni mentali.
Un paio d’anni fa avevano colpito e commosso il sofisticato pubblico del festival “Uovo” di Milano col loro straordinario Kamp, un evento a metà tra lo spettacolo, la performance e l’installazione multimediale, che ricostruiva su scala ridotta la tragedia dell’Olocausto utilizzando un’agghiacciante riproduzione in miniatura del lager di Auschwitz: adesso i formidabili artisti-animatori del gruppo olandese Hotel Modern tornano in Italia con un’altra proposta scioccante, The great war. Dedicata invece alle carneficine della Prima guerra mondiale.
In un suo testo minore e poco noto, Molière, Goldoni raffigurava l’illustre predecessore intrecciandone le storie personali con scene dell’opera principale: l’autore francese veniva infatti colto nel difficile momento in cui, caduto in disgrazia, colpito dal divieto di rappresentare il Tartufo, era per giunta diviso tra due donne, la Béjart, sua vecchia amante, e la figlia di lei, Armande. La soluzione di tutte queste complicazioni, col protagonista che porta al successo il suo capolavoro e sposa la ragazzina, tocca – come in un intreccio molieriano – alle astuzie di una serva intraprendente.
L’idea di incentrare l’intero ultimo festival di Venezia su ogni sorta di riscritture goldoniane si era rivelata proficua: reinventare, ricreare totalmente (e provocatoriamente) un testo può essere meglio che proporne un’interpretazione forzata, e dal progetto di Maurizio Scaparro erano emerse alcune proposte particolarmente interessanti. Fra queste, una commedia insolita, poco frequentata,
Per mettere subito in chiaro che questo Pinocchio non ha nulla a che fare con un’innocua fiaba per bambini, la regista Maria Grazia Cipriani apre il suo spettacolo con un’immagine violenta, quella di due corpi seminudi che, in una specie di arena da tori o da gladiatori, combattono un’aspra lotta per la vita: i due sono Pinocchio stesso, divenuto un asinello dopo il viaggio nel paese dei Balocchi, e il padrone del circo, armato di una frusta. Ma in senso lato essi incarnano l’eterno scontro tra carnefice e vittima, che fa da filo conduttore all’intera messinscena.
Autore fra i più interessanti e originali del nuovo teatro britannico, Tim Crouch è un gelido esploratore dei labirinti della mente, un impassibile osservatore delle piccole o grandi distorsioni patologiche che dalla psiche dell’individuo si estendono a corrodere anche le più solide certezze sociali. Ed è un astuto costruttore di trappole drammaturgiche, un creatore di inquietanti implosioni espressive, che portando la forma dei suoi testi alle estreme conseguenze tende a rompere impercettibilmente ma inesorabilmente i sottili diaframmi della rappresentazione teatrale.
Uno dei tratti salienti del lavoro di Marco Martinelli – regista e guida artistica, con Ermanna Montanari, del Teatro delle Albe – è la sua capacità di sollecitare l’energia spontanea di ogni sorta di attori non professionisti, studenti delle scuole superiori, ragazzi delle periferie, adolescenti “difficili”. Il modello della “non-scuola”, la sua modalità di provocatorio intervento in territori sociali culturalmente disagiati, è stato esportato da Ravenna, dove è nato, in vari tipi di contesti, il quartiere degli immigrati africani di Chicago, il turbolento ghetto di Scampia, i villaggi del Senegal.



