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Tipi psicologici- Nicole Minetti di Massimo Cirri

vignetta di Mario Natangelo

Una donna leggera

A volte vorrei essere come Nicole Minetti. Mi succede in certi momenti, di fronte alla pesantezza delle cose. Intanto vorrei avere la sua bellezza e la sua eleganza. Essere esile e snello com’ella è, io che invece sono cicciottello. Avere la sua grazia e, di più, la sua leggerezza nell’affrontare quello che la vita ti mette davanti. Arrivare in Questura a Milano, a mezzanotte di una notte di maggio, e presentarsi semplicemente al Corpo di Guardia: “Avvisi quelli di sopra.

Sono Nicole Minetti, consigliera presidenziale, consigliere regionale, faccia lei, comunque mi manda il Presidente”. Aspettare un po’, due chiacchiere al cellulare, e ritirare la nipote di Mubarak. “Una firma qua” “Cos’è?” “La ricevuta” “Ah”. Siglare con lo svolazzo e scaricare subito la nipote di Mubarak, consegnandola seduta stante, lì sul marciapiede della Questura, a una brasiliana. E il marciapiede non dev’essere un caso. Perché – e qui vorrei avere la capacità di capire le cose al volo che ha Nicole Minetti – certe persone prima le scarichi meglio è. La nipote di Mubarak, noi ci siamo arrivati dopo e Berlusconi anche, è meglio perderla che trovarla: un bel rompimento di scatole, poco fine, poco elegante, “vestita in maniera molto da sole”, come racconta un poliziotto cortese alla sua superiora. Poi rassicurare il Presidente, “Sono Nicole, è tutto a posto” e avere ancora tutta la notte davanti, anche se sono le 2 del mattino, e tutta la vita.
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Tipi psicologici. Il Partito Democratico

Divide e “non” impera
Testro di Massimo Cirri.  Striscia di Mario Natangelo

Il Partito democratico, si sa, è specializzato in divisioni interne. Anche sul perché di questa tendenza autolesionista e frantumatoria c’è all’interno del partito un feroce dibattito. Con scazzi, lutti e divisioni. Secondo taluni è una questione di Dna: la lotta intestina appartiene al patrimonio genetico della sinistra internazionale fin dai tempi della rivolta di Spartaco il Gladiatore. Anche a lui toccò superare un lacerante turno di primarie a colpi di daghe nei lombi prima di potersi mettere alla testa degli schiavi in lotta per la propria emancipazione. Un recente studio dell’Istituto Gramsci dice che dalla svolta della Bolognina, nel 1989, a oggi quello che partendo dal Partito comunista italiano sarebbe divenuto il Partito democratico ha utilizzato il 67% del suo tempo in dibattito politico interno e il 22% per fare opposizione o per governare, a seconda se si trovava all’opposizione oppure al governo. Dal conteggio quelli del Gramsci hanno dovuto tener fuori Massimo D’Alema per la sua propensione a fare opposizione quando il suo schieramento era al governo, incasinando i dati statistici e le analisi del sangue di Romano Prodi per i livelli di bile. Il restante tempo del Pci-Pds-Ds-Pd risulta impiegato al 3% nella cottura delle salamelle alle Feste dell’Unità e per l’8% in rotture insanabili su quale nome si debba dare al luogo che ospita la griglia. Se ancora Festa dell’Unità o invece Festa democratica. Sul nome con cui indicare la salamella – “salamella” – si segnala invece finora una sorprendente unanimità. Ma D’Alema dice che comunque secondo lui è un po’ troppo grassa.


Secondo altri la tesi della litigiosità come portato storico della sinistra non regge, semplicemente, perché il Pd non è più un partito di sinistra. Punto e basta. Continue reading

Tipi psicologici: Maurizio Gasparri

Di Massimo Cirri. Vignetta di Danilo Maramotti

Il senatore Gasparri ha l’aria di uno costantemente in stand-by. Non dorme, non sembra proprio spento perché la luce della coscienza non abbandona mai del tutto il suo sguardo. Ma neanche completamente acceso. È in modalità salvaschermo: inserito, ma funzionante al minimo e disconnesso. Nei circuiti c’è energia, ma poca. Chi ha avuto la possibilità di guardarne la retina in questi momenti dice che vi compaiono in fluida successione immagini di paperelle che nuotano nell’Aniene, radiobalilla torreggianti, profili di Alessandra Mussolini, busti di Augusto imperatore, e/o di Augusto Minzolini. È accertato che Maurizio Gasparri può permanere per settimane in modalità stand-by e poi funzionare per circa un’ora e mezza in modalità invettiva, quella dove dà il meglio di sé. Un tempo più che sufficiente per strangolare dialetticamente qualsiasi avversario in dibattito televisivo. Insulti compresi. Quella di Gasparri è da intendersi come una raffinata forma di risparmio energetico. Gasparri conserva. Tiene da parte forza, potenza e prestanza. Accumula. E appena il processore riceve un’adeguata stimolazione tutto il sistema si riattiva di colpo con la prontezza dei suoi 400 megahertz. E si rimette a funzionare al 100%. Con vigore e maschia gagliardia. La stimolazione può essere di differente origine: una titubanza del capo dello Stato, un’opinione di Platinette, l’elezione di un presidente degli Stati Uniti. In ogni caso Gasparri si scaglia con l’energia che gli percorre furiosa i circuiti fino a un attimo prima inattivi: “Con Obama alla Casa Bianca forse Al Qaeda è molto più contenta”. Una sparata forte, una delle tante, che poi tocca aggiustare – una volta ristabilito un più adeguato livello di eccitazione dei neuroni – con una correzione di rotta. O con una lavata di testa di Fini. Quando inizia la diffusione della Ru 486, la pillola abortiva, Maurizio Gasparri non è d’accordo e chiede che dell’uso della pillola si occupi il Parlamento. Mica l’Agenzia del Farmaco: “Non si può delegare a tecnici privi di legittimazione democratica una decisione che attiene al diritto alla vita”. Fini dice solo: “Trovo originale pretendere che il Parlamento si debba pronunciare sull’efficacia di un farmaco”. E lo gela. Succedeva spesso, quando ancora Fini aveva titolo per fare lo shampoo ai suoi.

Anche il provvedimento più importante che porta il suo nome, la Legge Gasparri, diventa spiegabile in questa dinamica acceso/- spento. Si ricorderà che la riforma del sistema radiotelevisivo ha avuto un percorso piuttosto tormentato. Approvata dal Parlamento nel dicembre 2003, viene sottoposta alla firma del presidente Ciampi. Che ha qualche dubbio di legittimità, mette giù il telecomando e la rinvia alle Camere. Il Governo Berlusconi deve adottare di corsa un decreto legge per evitare che Rete 4 ed Emilio Fede finiscano lassù sul satellite. Il nuovo testo della legge affronta 130 sedute tra Camera e Senato e si destreggia tra 14000 emendamenti. In tutto questo tempo lui, Maurizio Gasparri, la legge non l’avrebbe mai scritta né letta. Parole di Francesco Storace, allora compagno di partito e adesso meno. Perché, è la maligna ipotesi, dettata da qualcun altro che ha forti interessi nell’industria televisiva. Indovinate chi. Perché Gasparri era in stand-by, ipotizziamo noi. La stessa confusiva assenza di segnale che hanno sperimentato molti cittadini in quel momento magico dello switch-off, il passaggio al digitale terrestre, altro punto cardine della legge, che a volte accende il televisore e a volte lo lascia spento.

Di questo esserci e non esserci, presenza-assenza, ha bassamente approfittato un comico di parte, Neri Marcorè. La sua messa in scena di Maurizio Gasparri confonde noi spettatori che non distinguiamo più imitato da imitatore, vero da falso e vero da più vero del vero. E quando c’è una diretta tivù dal Senato ci chiediamo cosa diavolo ci faccia Neri Marcorè sui banchi della maggioranza. Chissà se riesce a capirlo Maurizio Gasparri.

(Da Linus luglio 2010. © Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata)

Editoriale di febbraio

Il primo colpo di pistola è diretto in cielo. Il secondo alla collina, il terzo rimane in canna ed è puntato sul gruppo di egiziani improvvisamente immobili come sfingi. Tutti gli sguardi si concentrano su Hashim. Il suo nome in arabo significa “distruttore del male”. Contro la pistola del padrone però, c’è poco da distruggere…

Walter Molino a pagina 6 parla di chi raccoglie i pomodorini pachino, della loro condizione così simile a quella dei ragazzi di Rosarno, la cui consapevolezza è pari al livore con cui – ahimé – la stampa ha generalmente plaudito all’intervento militare che ha nascosto, come la monnezza sotto il tappeto, le vite e le storie di un pugno di poveracci rimbalzati da quelle parti per un tragico scherzo della storia.

Il primo marzo un manipolo multietnico di blogger organizza in tutta Europa la “24 ore senza di noi”. Su Linus.net trovate i link ai siti che partecipano a questa moderna riedizione del gioco “se non ci fosse…”

Guardatevi il sito www.munt.nu; è in olandese, ma il video in homepage intitolato Kop of Munt ha un messaggio chiarissimo: che panorama ci riserverebbe la nostra civilissima Europa se improvvisamente non ci fossero stranieri? Quanti posti di lavoro inutili ci sarebbero? E che ne sarebbe del nostro sistema di welfare, che ormai si regge per buona parte sulla presenza di migranti? Sempre olandese è la Radiotelevisione RNW, che ha lanciato un sondaggio sul razzismo Made in Europe, ripreso da molti siti. Vi farete un’idea di quanto la xenofobia sia impudicamente diffusa non soltanto nelle nostre verdi vallate. Sia ormai un fatto “culturale”, qualsiasi cosa significhi questa parola.

Se un giorno fosse il ministro Brunetta a indire il suo personale “A day without”, non mancherebbe a molti. Con un ritratto di quell’uomo perennemente incacchiato Massimo Cirri, psicologo e autore del fortunato Caterpillar su Radiodue dà il via a una nuova rubrica: Tipi psicologici. Un graditissimo rientro il suo, visto che già era gradito ospite di queste pagine negli anni Ottanta et sequitur.

Dunque, Storia, Storie e Vite. Come quelle che risorgono prepotenti da sotto il selciato nella poesia di strada di Ivan, che inaugura nella pagina a fianco “chi getta semi al vento, farà fiorire il cielo”: tenevo particolarmente a ridare uno spazio alla poesia, un tempo occupato con grazia dalla Signorina Richmond, di Nanni Balestrini.

Cosa sia la poesia di strada, Ivan lo spiega con disarmante, immaginifica semplicità: “…la poesia di strada nasce gettando parole tra le vie, pugni di semi nel vento, è sensazione precipitata in sassi d’assalto tra lo snocciolarsi scomposto di questa città. Versi come pioggia tra le genti, inzuppate fin’oltre l’orlo dell’attenzione, senza corte di dotti ne corona, perché d’ovunque e da sempre, una pagina bianca è una poesia nascosta…”

Scusate se è poco. Ivan ha portato con piglio Dada i suoi sassi d’assalto nelle strade del mondo, da Milano a l’Avana, da Roma al Chiapas, a Praga… e ora sulle nostre pagine bianche, in compagnia di un altro poeta che ci ha regalato una copertina assolutamente in linea coi tempi: Squaz.

Di lui si potrebbe dire che rinnova la tradizione dell’underground con segno superpop, ma perché incasellarlo? Le categorie gli stanno strette. Il lavoro fatto con Ivan è un ulteriore passo in avanti rispetto a quello che avevamo visto nel suo ultimo libro, Minus Habens (pubblicato da Grrzetic): lì le rime raccontavano una storia affiancando le illustrazioni, qui poesia e fumetto si compenetrano, amplificandone il contenuto sentimentale, di triste attualità. Mettetevi comodi.
S.R.